Raperonzolo

raoulzel con sfondo

Raperonzolo è una fiaba scritta dai fratelli Grimm, pubblicata per la prima volta in una raccolta dal titolo ” Fiabe “nel 1812.

C’è una variante di Giambattista Basile dal titolo ” Petrosinella ” del 1634 dalla raccolta “ Lo cunto de li cunti “, e una di Italo CalvinoPrezzemolina “, ma molte altre fiabe simili sono state trovate a questa famosissima fiaba, ma i Grimm sembra evidente che si siano ispirati a quella di G.Basile,che noi vi andremo a raccontare.

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Fiabe Classiche e Popolari Italiane – Basile: Petrosinella (Giornata II, Favola I)

immagine di Petrosinella

«Lo Cunto de li cunti» («Il Pentamerone»), 1634

libro animato

Una donna incinta mangia il prezzemolo dell’orto di un’orca e, colta sul fatto, le promette la creatura che partorirà. Nasce Petrosinella, l’orca se la prende e la chiude in una torre. Un principe se la porta via e, con l’aiuto di tre ghiande, evitano l’orca e, portata a casa dall’innamorato, diventa principessa.

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C’era una volta una donna gravida chiamata Pascadozia che, affacciata a una finestra che dava sul giardino di un’orca, vide una bella aiuola di prezzemolo, del quale le venne una tale voglia, che si sentì di svenire; tanto che, non potendo resistere e spiando l’uscita dell’orca, ne colse una manata. Ma, tornata a casa l’orca e volendo fare la salsa, si accorse che c’era passata una falce mariola e disse: “Mi si possa scardinare l’osso del collo se non acchiappo questo manico d’uncino e non lo faccio pentire, così che impari a mangiare nel suo tagliere e a non scucchiarare nelle pignatte altrui”. Ma, continuando la povera Pascadozia a scendere nell’orto, una mattina ci fu sorpresa dall’orca che, furiosa e inviperita, le disse: “Ti ho acchiappato, ladra mariola! Forse paghi l’affitto di quest’orto, che vieni senza scrupolo a fregarti le mie erbe? Parola mia, che non ti manderò a Roma per penitenza!” La disgraziata Pascadozia cominciò a discolparsi, dicendo che non per gola o per ingordigia che avesse in corpo il diavolo l’aveva accecata a fare questo peccato, ma perché era gravida e aveva paura che la creatura nascesse con la faccia seminata di prezzemolo; anzi avrebbe dovuto esserle grata perché non le aveva mandato neppure un orzaiuolo. “Altro che parole vuole la sposa!” rispose l’orca “non mi prendi all’amo con queste tue chiacchiere! Tu hai finito di vivere, se non prometti di darmi la creatura che partorirai, maschio o femmina che sia”. La povera Pascadozia, per allontanare il pericolo immediato, lo giurò con una mano sull’altra, e così l’orca la lasciò libera. Ma, venuto il tempo del parto, fece una bambina così bella, che era un gioiello, e che, poiché aveva sul petto un ciuffo di prezzemolo, la chiamò Petrosinella; la quale, crescendo ogni giorno di un palmo, quando ebbe sette anni, la mandò dalla maestra. La quale, ogni volta che andava per la strada, e incontrava l’orca, questa le diceva: “Di’ a tua mamma di ricordarsi della promessa!” E tante volte ripeté questo ritornello che la povera mamma, non riuscendo più a sopportare questa musica, una volta le disse: “Se incontri la solita vecchia e ti chiede di quella maledetta promessa, tu rispondile: Prenditela!” Petrosinella, che non sapeva della promessa, incontrando l’orca e dicendole questa la solita frase, innocentemente le rispose come le aveva detto la mamma e l’orca, afferratala per i capelli, se la portò in un bosco dove non entravano mai i cavalli del Sole, per non pagare l’affitto per quei pascoli delle ombre, chiudendola in una torre, che fece sorgere con un incantesimo, senza porte, senza scale, con una sola finestrella, attraverso la quale, afferrandosi ai capelli di Petrosinella, che erano lunghi lunghi, saliva e scendeva come fa di solito il mozzo sulle sartie dell’albero. Ora avvenne che, essendo l’orca fuori da quella torre, Petrosinella aveva messo la testa fuori da quel buco e disteso le trecce al sole. Passò di lì il figlio di un principe, il quale, vedendo due bandiere d’oro, che chiamavano le anime ad arruolarsi nell’esercito dell’Amore, e ammirando dentro quelle onde preziose una faccia da sirena, che incantava i cuori, s’incapricciò fuori misura di tanta bellezza. E, inviatole un memoriale di sospiri, fu decretato che la fortezza si arrendesse alla sua grazia. E la trattativa andò così bene che principe ebbe cenni di capo in cambio di baci sulle mani, strizzatine d’occhi in cambio di riverenze, ringraziamenti in cambio di profferte, speranze in cambio di promesse e parole gentili in cambio di salamelecchi. La qual cosa continuata per più giorni, presero tanta confidenza che giunsero alla decisione di incontrarsi da vicino; la qual cosa doveva avvenire di notte (quando la Luna gioca a passera muta con le stelle) lei avrebbe dato un sonnifero all’orca e l’avrebbe tirato su con i suoi capelli. E, rimasti così d’accordo, venne l’ora stabilita e il principe arrivò alla torre, dove, fatte calare con un fischio le trecce di Petrosinella e, afferratosi e due le mani, disse: Alza! E, tirato su, si gettò per la finestrella nella camera, se ne fece un pranzetto di quel prezzemolo in salsa di Amore e, prima che il Sole insegnasse ai suoi cavalli a saltare nel cerchio dello Zodiaco, se ne scese per la stessa scala d’oro a fare i fatti suoi. E la qual cosa ripetendosi molte volte, se n’accorse una comare dell’orca, che, prendendosi il fastidio del Russo, volle mettere il muso nella merda, e disse all’orca di stare attenta, perché Petrosinella faceva l’amore con un certo giovane e sospettava che la cosa fosse andata ancora più avanti, perché vedeva il ronzio e il traffico che c’era, e dubitava che, se si faceva una retata, sarebbero state sfrattate da quella casa prima di maggio. L’orca ringraziò la comare dell’avvertimento e disse che sarebbe stato pensiero suo d’impedire la strada a Petrosinella; a parte che non era possibile che riuscisse a fuggire poiché le aveva fatto un incantesimo, che se non avesse avuto in mano tre ghiande, che erano nascoste in una trave della cucina, era un’opera persa che potesse filarsela. Ma, mentre facevano queste chiacchiere, Petrosinella, che stava con le orecchie spalancate e aveva qualche sospetto sulla comare, sentì tutto il ragionamento; e, appena la Notte stese i vestiti neri per preservarli dalle tarme, venuto come al solito il principe, lo fece salire sulle travi e, trovate le ghiande, che sapeva come usare per essere stata fatata dall’orca, fatta una scala di spago, se ne scesero giù tutti e due e cominciarono dare di calcagno verso la città. Ma, essendo visti mentre uscivano dalla comare, questa cominciò a strillare chiamando l’orca, e fu tanto lo strepito che quella si svegliò e, sentendo che Petrosinella se n’era fuggita, se ne scese per la stessa scala che era legata alla finestrella e cominciò a correre dietro agli innamorati. Li quali, appena li videro arrivare verso di loro più veloce di un cavallo imbizzarrito, si sentirono perduti, ma, ricordandosi Petrosinella delle tre ghiande, ne gettò subito una a terra, ed ecco spuntare un cane corso così terribile (oh, mamma mia!) che abbaiando con tanto di bocca aperta corse verso l’orca per farsene un boccone. Ma quella, che era più furba del diavolo, messa la mano in tasca, ne tirò fuori una pagnotta e, gettandola al cane, gli fece calare la coda e sbollire la furia.

E, tornata a correre dietro a quelli che fuggivano, Petrosinella, vistala avvicinare, gettò la seconda ghianda ed ecco uscire un feroce leone che, sbattendo la coda a terra e scuotendo la criniera, con due palmi di gola spalancata si preparava a inghiottire l’orca. E l’orca, tornando indietro, scorticò un asino che pascolava in un prato e, messasi addosso la sua pelle, corse di nuovo verso quel leone, che, credendola un asino, ebbe tanta paura che ancora fugge. Per la qual cosa, saltato questo secondo ostacolo, l’orca tornò a inseguire quei poveri giovani che, sentendo il rumore dei passi e vedendo la nuvola di polvere che s’alzava fino al cielo, capirono che l’orca arrivava di nuovo. La quale, avendo sempre il sospetto che il leone continuasse a inseguirla, non si era tolta la pelle dell’asino e, avendo Petrosinella gettato la terza ghianda, ne uscì un lupo che, senza dare tempo all’orca di trovare un nuovo espediente, se la inghiottì come fosse un asino. E gli innamorati, finalmente fuori dei guai, se ne andarono piano piano nel regno del principe, dove, con il consenso del padre, lui se la prese in moglie e provarono dopo tante tempeste di difficoltà che

un’ora di buon porto fa dimenticare cent’anni di tempeste.

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La fiaba dei fratelli Grimm invece è raccontata quì di seguito:

Fiabe Classiche – Grimm: Raperonzolo (o Raperonzola)

Raperonzolo

(Illustrazione di Johnny Gruelle, 1922 via Gutenberg Project.)

«Kinder und Hausmärchen» (n.12)

libro animato

C’erano una volta un uomo e una donna, che già da molto tempo desideravano invano un figlio; finalmente la donna poté sperare che il buon Dio esaudisse il suo desiderio. Sul di dietro della casa c’era una finestrina, da cui si poteva guardare in un bellissimo giardino, pieno di splendidi fiori ed erbaggi; ma era cinto da un alto muro e nessuno osava entrarvi, perché apparteneva ad una maga potentissima e temuta da tutti.

Un giorno la donna stava alla finestra e guardava il giardino; e vide un’aiuola dov’erano coltivati i più bei raperonzoli; e apparivano cosi freschi e verdi, che le fecero gola e le venne una gran voglia di mangiarne. La voglia cresceva ogni giorno; ma ella sapeva di non poterla soddisfare e dimagrì paurosamente e divenne pallida e smunta. Allora il marito si spaventò e chiese: “Che hai, cara moglie?” “Ah,” ella rispose, “se non riesco a mangiare di quei raperonzoli che son nel giardino dietro casa nostra, morirò.” Il marito, che l’amava, pensò: ‘ Prima di lasciar morire tua moglie, valle a prendere quei raperonzoli, costi quel che costi. ‘ Perciò al crepuscolo scavalcò il muro, entrò nel giardino della maga, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie. Fila si fece subito un’insalata e la mangiò avidamente. Ma le era piaciuta tanto e tanto, che il giorno dopo la sua voglia era triplicata. Perché si quietasse, l’uomo dovette andare un’altra volta nel giardino. Perciò al crepuscolo scavalcò di nuovo il muro, ma quando mise piede a terra si spaventò terribilmente, perché vide la maga davanti a sé.”Come puoi osare,” ella disse facendo gli occhiacci, “di scendere nel mio giardino e di rubarmi i raperonzoli come un ladro? Me la pagherai!” “Ah,” egli rispose, “siate pietosa! A questo fui spinto da estrema necessità: mia moglie ha visto i vostri raperonzoli dalla finestra e ne ha tanta voglia che morirebbe se non potesse mangiarne.” La collera della maga svanì ed ella disse: “Se le cose stanno come dici, ti permetterò di portar via tutti i raperonzoli che vuoi, ma ad una condizione; devi darmi il bambino che tua moglie metterà al mondo. Sarà trattato bene e io sarò a lui come una madre.” Impaurito, l’uomo accettò e quando la moglie partorì, apparve subito la maga, chiamò la bimba Raperonzolo e se la portò via.

Raperonzolo diventò la più bella bambina del mondo. Quando ebbe dodici anni, la maga la rinchiuse in una torre che sorgeva nel bosco e non aveva né scala né porta, ma solo una minuscola finestrina in alto in alto. Quando la maga voleva entrare, si metteva finestra e gridava:

“Raperonzola, Rapina,
cala giù la tua codina”

Raperonzolo aveva capelli lunghi e bellissimi, sottili come oro filato. Quando udiva la voce della maga, si slegava le trecce, le annodava a un cardine della finestra, ed esse ricadevano per una lunghezza di venti braccia, e la maga ci si arrampicava.

Dopo qualche anno, avvenne che il figlio del re, cavalcando per il bosco, passò vicino alla torre. Udì un canto cosi soave, che si fermò ad ascoltarlo: era Raperonzolo, che nella solitudine passava il tempo facendo dolcemente risonar la sua voce. Il principe voleva salire da lei e cercò una porta, ma non ne trovò. Tornò a casa, ma quel canto tanto lo aveva tanto commosso che ogni giorno andava ad ascoltarlo nel bosco. Una volta, mentre se ne stava dietro un albero, vide avvicinarsi la maga e l’udì gridare:

“Raperonzola, Rapina,
cala giù la tua codina”

Raperonzolo lasciò pender le trecce e la maga salì da lei. ‘ Se questa è la scala per cui si sale, tenterò anch’io la mia fortuna ‘ pensò il principe. Il giorno dopo, sull’imbrunire, andò alla torre e gridò:

“Raperonzola, Rapina,
cala giù la tua codina”

Subito dall’alto si snodarono i capelli e il principe salì. Dapprima Raperonzolo ebbe una gran paura quand’egli entrò, perché i suoi occhi non avevan mai visto un uomo; ma il principe cominciò a parlarle con grande dolcezza e le narrò che il suo cuore era stato così turbato dal canto di lei da non lasciargli più pace: e aveva dovuto vederla. Allora Raperonzolo non ebbe più paura e quando egli le chiese se lo voleva per marito ed ella vide che era giovane e bello, pensò: ‘ Mi amerà più della vecchia signora Gothel ‘, disse di sì e mise la mano in quella di lui; e gli disse: “Verrei ben volentieri, ma non so come fare a scendere. Quando vieni, portami una matassa di seta: la intreccerò e ne farò una scala; e quando è pronta, scendo, e tu mi prendi sul tuo cavallo.”Combinarono che fino a quel momento egli sarebbe venuto tutte le sere; perché di giorno veniva la vecchia.

La maga non si accorse di nulla, finché una volta Raperonzolo prese a dirle: “Ditemi, signora Gothel, come mai siete tanto più pesante da tirar su del giovane principe? quello è da me in un momento”.”Ah, bimba sciagurata!” gridò la maga, “cosa mi tocca sentire! pensavo di averti separata da tutto il mondo e invece tu mi hai ingannata!” Furibonda, afferrò i bei capelli di Raperonzolo, li avvolse due o tre volte intorno alla mano sinistra, afferrò con la destra un paio di forbici e, tric trac, eccoli tagliati e le belle trecce giacevano a terra. E fu cosi spietata da portare la povera Raperonzolo in un deserto, ove dovette vivere in gran pianto e miseria. Il giorno in cui aveva scacciato Raperonzolo dalla torre, assicurò le trecce recise al cardine della finestra e quando arrivò il principe e gridò:

“Raperonzola, Rapina,
cala giù la tua codina”

Il principe sali, ma, invece della sua diletta, trovò la maga, che lo guardava con due occhiacci velenosi. “Ah,” esclamò beffarda, “sei venuto a prendere la tua bella! Ma il bell’uccellino non è più nel nido e non canta più; il gatto l’ha preso e a te caverà gli occhi. Per te Raperonzolo è perduta, non la vedrai mai più.”

Il principe andò fuori di sé per il dolore, e disperato saltò giù dalla torre: ebbe salva la vita, ma le spine fra cui cadde gli trafissero gli occhi. Errò, cieco, per le foreste; non mangiava che radici e bacche e non faceva che piangere e lamentarsi per la perdita della sua diletta sposa. Cosi per alcuni anni andò vagando miseramente; alla fine capitò nel deserto in cui Raperonzolo viveva fra gli stenti, coi due gemelli che aveva partorito, un maschio e una femmina. Udì una voce, e gli sembrò ben nota: si lasciò guidare da essa, e quando si avvicinò, riconobbe Raperonzolo che gli saltò al collo e pianse. Ma due di quelle lacrime gli inumidirono gli occhi; essi allora si schiarirono di nuovo, ed egli poté vederci come prima.

La condusse nel suo regno, dove fu riabbracciato con gioia; e vissero ancora a lungo felici e contenti.

Fonte Quì

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Anche in questa fiaba troviamo dei lati oscuri, come ad esempio la parte che racconta di come la cattiva strega fà in modo che al principe gli vengano cavati gli occhi dalle spine in cui cadde.

Incredibile come una bella fiaba si possa trasformare in un racconto macabro, oscuro, pauroso… Per fortuna la W.Disney ci ha abituati a fiabe molto più leggere, in grado di far sognare grandi e piccini.

Principesse Dark: Raperonzolo

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Il magazine delle principesse: Raperonzolo

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Concludo con il film d’animazione di Barbie Raperonzolo (2002)

Buona visione!

Fonte Quì

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