Le fate

Le Fate:

Le fate sono delle creature mitologiche di origine principalmente italiana e francese, sono presenti in numerosissime fiabe ma anche nelle mitologie dell’europa dell’Est.

Piccole creaturine magiche, dall’aspetto umano è uno spirito della natura, e per questo che, sembrerebbe, avere origine dalle ninfe, anche per l’aspetto fanciullesco, e dalle parche per essere in grado di prevedere il futuro dell’uomo, omaggiandoli di vizi e virtù.

In principio ebbero inizio nei racconti del medioevo, da questo periodo prendono vita i loro abiti incentrati nella moda del tempo, con abiti lunghi e colorati e  copricapi conici compresi, per poi introdurre la verga (bacchetta) magica che possiamo ritrovare nell’Odissea, posseduta da Circe.

Successivamente queste splendide creature sono state introdotte nelle fiabe più belle che ricordandone alcune, troviamo: Cenerentola, Pinocchio, la bella addormentata, ecc… e da queste venne attribuito il colore blu che è associato al sovrannaturale e alla magia.

Le fate vivono molto a lungo, ed una volta che finiscono la loro vita non muoiono, ma si incantano nei propri palazzi dove restano per l’eternità (da Perrault).

Nonostante, quindi, possano raggiungere età molto avanzate, hanno la possibilità di mostrarsi sotto qualsiasi spoglia esse vogliano, che sia di bambina (da Collodi), di giovane o di anziana. Hanno infatti pieni poteri di trasformarsi in ciò che vogliono.

La nascita delle fate è avvolta nel mistero. Alcune ipotesi (anche se non avvalorate da nessuna fiaba o mito) ritengono che le fate siano prodotti spontanei della natura o anche che abbiano una madre comune, una specie di ape regina che le origina tutte.

Varie fonti letterarie (Basile, Calvino, Perrault ed altri) attestano che le fate abitano spesso in palazzi sotterranei molto lussuosi, accessibili solo da personaggi prescelti.

Non è neppure raro che le fate sposino umani, le loro figlie tuttavia raramente ereditano poteri.

Le fate hanno le sembianze di una donna o di una ragazza non molto alta e molto gracile dalla pelle chiarissima, ed abiti variopinti. Ogni fata indossa un abito di un solo colore che rispecchia la sua personalità. Inoltre portano gonne lunghissime per coprire eventuali deformità.

Sono esseri che hanno come compito quello di vegliare sulle persone come angeli custodi, quindi di dispensare pregi e virtù tramite le loro Fatagioni (Basile) e di proteggere i bambini, vengono infatti definite “comari” (o madrine nella accezione moderna) e si prendono cura di un figlioccio che viene o affidato loro dai genitori stessi, o viene da loro prescelto.

Spesso le fate scelgono il proprio protetto sottoponendolo ad una prova di carità, solitamente tramutandosi in mendicanti bisognosi

La loro indole tuttavia non è univocamente buona. Oltre alla vanità ed all’egocentrismo che le distingue, sono fortemente permalose ed irascibili, un solo torto può scatenare la loro ira ed il loro dispetto può trasformarle in furie e può spingerle a lanciare maledizioni. Hanno quindi oltre ad un ruolo di premiazione anche un ruolo fortemente punitivo.

Fairy e Fate:

Con il tempo abbiamo associato le fairy inglesi alle fate, ma in realtà le fate vogliono interagire con gli umani, mentre le fairies preferiscono rimanere invisibili all’occhio umano.

Fonte quì

 

Fiabe sulle fate

La storia delle fate:

All’origine dei tempi, il mondo era privo di consistenza. Due sole entità riempivano il tempo e lo spazio: la Luce e l’Oscurità. La loro solitudine era grande, così decisero di unire le loro forze per creare un mondo, degli esseri, qualcosa su cui regnare. E si innamorarono…

Ma il mondo da loro creato, gli esseri loro figli da essi a lungo desiderati, non potevano accettare il loro amore, non potevano vedere annullarsi Bene e Male, non potevano vedere il proprio mondo logorarsi fino alla distruzione. E pertanto insorsero, richiedendo ai propri genitori di lasciarsi per farli sopravvivere.

La Luce, vedendo il male che il loro amore causava ai suoi figli, decise di lasciare l’Oscurità. E per non soffrire più, si rifugiò in una zona del cielo da dove poteva controllare i suoi figli ed assicurarsi del loro benessere.

L’Oscurità invece, che non avrebbe mai lasciato la Luce per nulla al mondo, sentì l’odio crescergli dentro, il tradimento della propria stirpe che avrebbe sacrificato per il suo amore, si rifugiò nel buio delle profondità della terra. Finché un giorno, non decise di vendicarsi e chiese alla Luce di dividere il tempo trascorso in cielo. La Luce divenne giorno, ma al tramonto doveva cedere il passo all’Oscurità totale della notte.

Tuttavia, gli esseri da loro creati insorsero nuovamente, ed implorarono la Luce affinché non li abbandonasse al buio totale, di intercedere per loro verso l’Oscurità per attenuare il nero della notte. Il prezzo richiesto dall’Oscurità fu altissimo: la sua furia esplose ed Egli, rancoroso verso i suoi stessi figli, li punì.

Scelse i più saggi, i più giusti, i più valorosi e i più amati tra di loro, ne invase il cuore con il proprio buio e lo inaridì. Ma permise alla Luce di illuminare la nera notte.

La Luce creò la pallida Luna, e la pose nel nero cielo per illuminare la notte. Dipoi pianse, perché vide i suoi figli mutare a causa della vendetta del suo amante. E l’Oscurità catturò tutte le lacrime della sua amata e le pose nel cielo, vicino alla Luna, dove divennero piccole stelle luminose.

Per notti la Luce pianse, e tutte le volte le lacrime divennero stelle che illuminarono di poco la notte, finché una notte, una piccola lacrima sfuggì alla cattura precipitando verso la terra. L’Oscurità ne seguì la scia luminosa per catturarla, quando il pianto di un bimbo lo distolse dal suo compito; seguì il pianto e giunse nei pressi di una piccola casetta, dove una mamma cullava il proprio bambino.

Fu allora che Egli, alzando gli occhi al cielo vide la scia luminosa e indicandola al bambino gli disse: «Guarda, piccolo mio, una stella cadente, una nuova vita sta per venire alla luce.»

L’Oscurità riprese la sua ricerca e giunse nei pressi di una radura segreta. Lì, al centro, la piccola lacrima si era fermata su di un fiore e risplendeva pallida, e l’Oscurità si intenerì, il suo cuore si riaprì verso l’amore e soffiò gentilmente su quel piccolo fiore e sulla lacrima della sua amata; e da quella lacrima caduta dal cielo, da quel piccolo fiore nacque la prima Fata; e prima di lasciare quella valle, l’Oscurità ne rese l’accesso impossibile agli altri esseri.

«Tu, mia ultima creatura, avrai questa Valle per vivere. Qui, altre tue simili nasceranno. Tu baderai a loro, al loro benessere. Ti pongo Regina sulle tue simili. Ti pongo Regina di questa Valle Incantata. Sta solo a te, ora, decidere di come usare la tua vita» diss’Egli, e si ritirò nella profondità della Terra, chiamando a sé i figli che sceglievano di seguirlo, lasciando alla Luce il compito di governare il mondo che un tempo era stato di entrambi.

Ma non le disse della Valle Incantata, non le disse della nascita della loro ultima creatura. Che, al sicuro nella Valle, cresceva; e vedeva nascere altre sue simili, le sue compagne di giochi.

Divenne la loro Madre e si prese cura delle sue sorelline più piccole, finché un giorno scoprì l’ingresso della Valle ed uscì, decidendo di esplorare il mondo a lei sconosciuto: fu allora che la Luce si accorse di quella creatura che mai aveva visto… il suo stupore fu enorme, e cominciò a seguirla ed osservarla per conoscerla.

Ed un giorno le apparve sotto le sembianze di una maestosa e luminosa dama: «Chi siete, piccolina? Da dove venite?»

La Fata guardò quella dolce signora, e con un sorriso la portò attraverso le valli e i boschi, i fiumi e le montagne, fino all’ingresso della piccola Valle nascosta. La Luce ammirò la bellezza e la tranquillità di quei luoghi, la gioia che le Fatine le trasmisero immediatamente.

L’incanto che manteneva celata la Valle agli estranei era spezzato, presto gli altri esseri sarebbero giunti, portando il caos nella tranquilla vita delle Fate. E la Luce decise di evitare tutto ciò, portò perciò la Valle lì dove nessuno sarebbe mai riuscito a raggiungerla, lì dove nessuno avrebbe mai potuto fare del male a quelle creaturine.

E la portò vicino alla pallida Luna, e la portò vicino al possente sole, e la circondò di stelle, le sue mancate sorelle. E la vita delle Fate proseguì serena e felice, ma ancora adesso in molte lasciano quell’isola celeste per scendere sulla Terra e vivere, insieme alle altre razze, un breve periodo della loro eterna vita.

Anche la Prima Fata talvolta vola sulla Terra, e si confonde con gli abitanti che ignorano il più delle volte la sua vera natura. Lei li osserva attentamente, ma immancabilmente ad ogni umana Primavera torna nella Valle; perché è lì, che la vita di ogni Fata comincia…

La nascita delle fate (leggenda di Lot)

Il giorno dell’ultima battaglia, il primo degli Angeli della Dea discese in nome della Madre per confortare le razze, prese la spada dal fodero di Arlesch il Temerario, che era comandante Umano delle legioni razziali, ed iniziò a combattere al loro fianco.

Egli venne chiamato Nemesh, il Vendicatore. La Dea era con loro, ed essi vinsero il male comune.

La Notte della vittoria tutti festeggiavano secondo la loro natura, ma tutti invocavano il nome della Dea ed Ella ne fu compiaciuta, mostrò ancora il suo viso alle sue creature e la festa fu grande e durò sette giorni e sette notti.

Quando i festeggiamenti terminarono, la Dea si trovò a passeggiare con Nemesh che le chiese di essere trasformato in Umano. La Dea pianse lacrime di tristezza che caddero su ranuncoli selvatici, ma sapeva che Nemesh serviva alle razze, come lui aveva necessità di vivere con loro.

Impose le mani celesti sulla fronte di Nemesh e, mentre le tre Lune osservavano, polvere argentea discese dall’Angelo ormai spoglio della sua immortalità che, rinato nella carnalità, vide con occhi Umani il mondo e la Creazione e si commosse.

Dai ranuncoli intrisi della polvere angelica e delle lacrime celesti, nacque per la prima volta una creatura particolare: possedeva ali come gli Angeli ma sembrava una farfalla, e la Dea la guardò benevola imponendole il nome di FATA.

Essa viveva in solitudine e parlava con piante ed animali: era unica nel suo genere, e la Dea decise di prendere lucciole dai cespugli e trasformarle in quello che la creatura era. Le Fate ebbero così un’aura rilucente attorno al loro corpo, e si moltiplicarono rivelandosi alle altre razze…

Le fate di Perrault

da i racconti delle fate

C’era una volta una vedova che aveva due figliuole. La maggiore somigliava tutta alla mamma, di lineamenti e di carattere, e chi vedeva lei, vedeva sua madre, tale e quale.

Tutte e due erano tanto antipatiche e così gonfie di superbia, che nessuno le voleva avvicinare. Viverci insieme poi, era impossibile addirittura. La più giovane invece, per la dolcezza dei modi e per la bontà del cuore, era tutta il ritratto del suo babbo… e tanto bella poi, tanto bella, che non si sarebbe trovata l’eguale.

E naturalmente, poiché ogni simile ama il suo simile, quella madre andava pazza per la figliuola maggiore; e sentiva per quell’altra un’avversione, una ripugnanza spaventevole. La faceva mangiare in cucina, e tutte le fatiche e i servizi di casa toccavano a lei.

Fra le altre cose, bisognava che quella povera ragazza andasse due volte al giorno, ad attingere acqua a una fontana distante più d’un miglio e mezzo, e ne riportasse una brocca piena.

Un giorno, mentre stava appunto lì alla fonte, le apparve accanto una povera vecchia che la pregò in carità di darle da bere.

«Ma volentieri, nonnina mia…» rispose la bella fanciulla «aspettate; vi sciacquo la brocca.» E subito dette alla mezzina una bella risciacquata, la riempì di acqua fresca, e gliela presentò sostenendola in alto con le sue proprie mani, affinché la vecchiarella bevesse con tutto il suo comodo.

Quand’ebbe bevuto, disse la nonnina: «Tu sei tanto bella, quanto buona e quanto per benino, figliuola mia, che non posso fare a meno di lasciarti un dono.»

Quella era una Fata, che aveva preso la forma di una povera vecchia di campagna per vedere fin dove arrivava la bontà della giovinetta. E continuò: «Ti do per dono che ad ogni parola che pronunzierai, ti esca di bocca o un fiore o una pietra preziosa.»

La ragazza arrivò a casa con la brocca piena, qualche minuto più tardi; la mamma le fece un baccano del diavolo per quel piccolo ritardo.
«Mamma, abbi pazienza, ti domando scusa…» disse la figliuola tutta umile, e intanto che parlava le uscirono di bocca due rose, due perle e due brillanti grossi.

«Ma che roba è questa!» esclamò la madre stupefatta. «Sbaglio o tu sputi perle e brillanti! O come mai, figlia mia?» Era la prima volta in tutta la sua vita che la chiamava così, e in tono affettuoso.

La fanciulla raccontò ingenuamente quel che le era accaduto alla fontana; e durante il racconto, figuratevi i rubini e i topazi che le caddero già dalla bocca!

«Oh, che fortuna…» disse la madre «bisogna che ci mandi subito anche quest’altra. Senti, Cecchina, guarda che cosa esce dalla bocca della tua sorella quando parla. Ti piacerebbe avere anche per te lo stesso dono? Basta che tu vada alla fonte; e se una vecchia ti chiede da bere, daglielo con buona maniera.»

«E non ci mancherebbe altro!» rispose quella sbadata. «Andare alla fontana ora!»

«Ti dico che tu ci vada, e subito!» gridò la mamma.

Brontolò, brontolò; ma brontolando, prese la strada portando con sé la più bella fiasca d’argento che fosse in casa. La superbia, capite, e l’infingardaggine!

Appena arrivata alla fonte, eccoti apparire una gran signora vestita magnificamente, che le chiede un sorso d’acqua. Era la medesima Fata apparsa poco prima a quell’altra sorella; ma aveva preso l’aspetto e il vestiario di una principessa, per vedere fino a quale punto giungeva la malcreanza di quella pettegola.

«O sta’ a vedere» rispose la superba «che son venuta qui per dar da bere a voi! Sicuro! Per abbeverare vostra Signora, non per altro! Guardate, se avete sete, la fonte eccola lì.»

«Avete poca educazione, ragazza» rispose la Fata senza adirarsi punto «e giacché siete così sgarbata, vi do per dono che ad ogni parola pronunziata da voi vi esca di bocca un rospo o una serpe.»

Appena la mammina la vide tornare da lontano, le gridò a piena gola: «Dunque, Cecchina, com’è andata?»

«Non mi seccate, mamma!» replicò la monella; e sputò due vipere e due rospacci.

«O Dio! che vedo!» esclamò la madre. «La colpa deve essere tutta di tua sorella, ma me la pagherà.» E si mosse per picchiarla.

Quella povera figliuola fuggì via di rincorsa e andò a rifugiarsi nella foresta vicina.

Il figliuolo del Re che ritornava da caccia la incontrò per un viottolo, e vedendola così bella, le domandò che cosa faceva in quel luogo sola sola, e perché piangeva tanto.

«La mamma…» disse lei «m’ha mandato via di casa e mi voleva picchiare…»

Il figliuolo del Re, che vide uscire da quella bocchina cinque o sei perle e altrettanti brillanti, la pregò di raccontare come mai era possibile una cosa tanto meravigliosa. E la ragazza raccontò per filo e per segno tutto quello che le era accaduto.

Il Principe reale se ne innamorò subito, e considerando che il dono della Fata valeva più di qualunque grossa dote che potesse avere un’altra donna, la condusse senz’altro al palazzo del Re suo padre e se la sposò.

Quell’altra sorella frattanto si fece talmente odiare da tutti, che sua madre stessa la cacciò via di casa; e la disgraziata dopo aver corso invano cercando chi acconsentisse a riceverla andò a morire sul confine del bosco.

Fonte quì

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