La bella addormentata nel bosco

 

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La bella addormentata nel bosco è una fiaba europea, scritta da Charles Perrault nel 1697, c’è anche la versione dei fratelli Grimm del 1812, oltre alla famosissima animazione Disney che tutti ricordiamo e amiamo.

Esistono però moltissime varianti così come per moltissime altre fiabe famose.

Come molte fiabe tradizionali, La bella addormentata esiste in numerose varianti; gli elementi essenziali della trama sono talmente diffusi da potersi considerare un tema ricorrente del folklore. Nella classificazione Aarne-Thompson, questo tema è identificato dal numero 410.

La versione più antica in cui il tema è attestato (se si eccettua la storia di Brunilde, l’eroina addormentata della Saga dei Volsunghi, di origini ancora più remote) è considerato il roman di Perceforest del 1340, ambientato all’epoca dei Greci e dei Troiani, ed incentrato sulla principessa Zellandine, innamorata di Troylus. Il padre della principessa mette il giovane alla prova per verificare se è degno di sua figlia, e, non appena egli è partito, Zellandine cade in un sonno incantato. Al suo ritorno, Troilo la trova addormentata e la mette incinta nel sonno. Quando il bambino nasce, è lui a risvegliare la madre, rimuovendo il filo di lino che causava il suo sonno. Alla fine Troylus sposa Zellandine.

La successiva versione Sole, Luna e Talia del Pentamerone di Giambattista Basile (1634), la prima che si possa definire una fiaba in senso stretto, contiene riferimenti diretti alla deflorazione, allo stupro, alla fedeltà coniugale e altri temi adatti al pubblico di aristocratici adulti cui si rivolgeva lo scrittore giuglianese. Nel Pentamerone il sonno non è frutto di un incantesimo ma di una profezia, il principe (come nel Perceforest) non bacia la principessa ma la violenta, ed è uno dei due figli risultanti dall’atto sessuale a risvegliarla. Non si è accertato se Basile conoscesse il Perceforest o se avesse semplicemente ripreso dalla voce popolare temi folklorici diffusi in Campania. Nella sua versione, il castello del re, con il suo cortile e le sue fascine pronte ad essere arse nel camino, è ridotto all’apparenza di una modesta fattoria, mentre il numero dei valletti e servitori è ridotto ad un segretario ed un cuoco.

Alla versione pubblicata ne I racconti di Mamma Oca di Charles Perrault, La belle au bois dormant, si deve il titolo con cui oggi la fiaba viene comunemente indicata. Perrault, che prese il tema da Sole, Luna e Talia, lo edulcorò notevolmente: avendo dedicato le sue fiabe ad una dama e avendole date alle stampe rivolto ad un pubblico dell’alta borghesia, cercò di rimuovere dalla fiaba ogni aspetto perturbante ed enfatizzare valori morali quali la pazienza e la passività della donna.

Una versione parzialmente simile, nella prima parte, a quella di Perrault si trova nei Kinder- und Hausmärchen (1812) dei fratelli Grimm, col titolo Rosaspina. La versione dei Grimm corrisponde a quella di Perrault solo fino al risveglio della principessa; questa parte è anche quella più nota al pubblico moderno e corrisponde alla versione Disney.

Italo Calvino, nella raccolta Fiabe italiane, descrive e cataloga molte altre versioni del tema.

Un’altra versione proviene dall’antica Scandinavia. La credenza nelle norne, nata dalla fede fondamentale nel destino, fu certamente assai radicata. In una saga la venerazione per queste figure è indicata fra le consuetudini a cui deve rinunciare chi si converta al Cristianesimo. Dai sostenitori della nuova religione esse furono senza dubbio relegate fra gli esseri demoniaci e stregoneschi. Nella breve storia di Norna-Gestr esse sono intese come maghe e indovine. Ivi, si spiega perché Gestr fosse detto Norna-Gestr. Egli stesso narra che alla sua nascita il padre aveva invitato alcune donne dotate di capacità divinatorie, le quali in cambio di doni e banchetti predicevano il futuro delle persone. Da lui, ancora nella culla, erano venute tre di queste indovine. Non a caso, le norne sono tre: Urd (il Passato), Verdandi (il Presente) e Skuld (il Futuro). Le prime due gli avevano preannunciato un futuro felice, poiché egli sarebbe stato dotato di molte qualità e potente. La terza, che era la più giovane, tenuta in poca considerazione e perciò assai irritata, aveva invece predetto che il bambino non sarebbe vissuto a lungo: la sua vita si sarebbe consumata rapidamente proprio come una candela che ardeva in quel momento accanto a lui. Una delle tre norne aveva perciò spento quella candela e consegnandola alla madre di Gestr le aveva ingiunto di non riaccenderla. Ella teneva con sé quella candela, sapendo che il giorno in cui l’avesse riaccesa sarebbe stato quello della sua morte.

Un’ultima versione è quella raccontata nel film Maleficent, in cui la storia è più incentrata su Malefica, sul suo passato e sui motivi che l’hanno spinta a fare il sortilegio alla principessa.

La protagonista cambia il suo nome a seconda della versione. In “Il Sole, la Luna e Talia“, si chiama Talia (il Sole e la Luna sono i suoi bambini). Perrault non le dà un nome, definendola semplicemente «la princesse». Chiama invece sua figlia «Aurore». Pëtr Il’ič Čajkovskij trasferisce questo nome dalla figlia alla madre e chiama Aurora la principessa, come farà poi Walt Disney (non a caso anche le musiche del film sono tratte dal balletto di Tchaikovsky). Nella versione dei Grimm la principessa è invece chiamata Rosaspina (con riferimento ai cespugli di rovi che circondano il castello durante il suo sonno centenario, rendendola irraggiungibile); questo nome però le viene attribuito non dai genitori, ma dal popolo, quando, con il passare degli anni, ella si trasforma in una figura leggendaria. Anche questo soprannome sarà utilizzato nel film Disney, nella parte del film (del tutto inesistente nelle fiaba tradizionale) in cui Aurora è nascosta nel bosco dalle fate.

Aurora princess

Più info Quì.

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Fiabe Classiche – C.Perrault: La Bella addormentata nel bosco

(traduzione di Carlo Collodi da “I racconti delle fate”)

Aurora e il principe

“Les Contes de ma mère l’Oye”

libro animato

C’era una volta un Re e una Regina che erano disperati di non aver figliuoli, ma tanto disperati, da non potersi dir quanto. Andavano tutti gli anni ai bagni, ora qui ora là: voti, pellegrinaggi; vollero provarle tutte: ma nulla giovava. Alla fine la Regina rimase incinta, e partorì una bambina. Fu fatto un battesimo di gala; si diedero per comari alla Principessina tutte le fate che si poterono trovare nel paese (ce n’erano sette) perché ciascuna di esse le facesse un regalo; e così toccarono alla Principessa tutte le perfezioni immaginabili di questo mondo. Dopo la cerimonia del battesimo, il corteggio tornò al palazzo reale, dove si dava una gran festa in onore delle fate. Davanti a ciascuna di esse fu messa una magnifica posata, in un astuccio d’oro massiccio, dove c’era dentro un cucchiaio, una forchetta e un coltello d’oro finissimo, tutti guarniti di diamanti e di rubini. Ma in quel mentre stavano per prendere il loro posto a tavola, si vide entrare una vecchia fata, la quale non era stata invitata con le altre, perché da cinquant’anni non usciva più dalla sua torre e tutti la credevano morta e incantata. Il Re le fece dare una posata, ma non ci fu modo di farle dare, come alle altre, una posata d’oro massiccio, perché di queste ne erano state ordinate solamente sette, per le sette fate. La vecchia prese la cosa per uno sgarbo, e brontolò fra i denti alcune parole di minaccia. Una delle giovani fate, che era accanto a lei, la sentì, e per paura che volesse fare qualche brutto regalo alla Principessina, appena alzati da tavola, andò a nascondersi dietro una portiera, per potere in questo modo esser l’ultima a parlare, e rimediare, in quanto fosse stato possibile, al male che la vecchia avesse fatto.

Intanto le fate cominciarono a distribuire alla Principessa i loro doni. La più giovane di tutte le diede in regalo che ella sarebbe stata la più bella donna del mondo: un’altra, che ella avrebbe avuto moltissimo spirito: la terza, che avrebbe messo una grazia incantevole in tutte le cose che avesse fatto: la quinta che avrebbe cantato come un usignolo: e la sesta, che avrebbe suonato tutti gli strumenti con una perfezione da strasecolare. Essendo venuto il momento della vecchia fata, essa disse tentennando il capo più per la bizza che per ragion degli anni, che la Principessa si sarebbe bucata la mano con un fuso e che ne sarebbe morta! Questo orribile regalo fece venire i brividi a tutte le persone della corte, e non ci fu uno solo che non piangesse. A questo punto, la giovane fata uscì di dietro la portiera e disse forte queste parole: “Rassicuratevi, o Re e Regina; la vostra figlia non morirà: è vero che io non ho abbastanza potere per disfare tutto l’incantesimo che ha fatto la mia sorella maggiore: la Principessa si bucherà la mano con un fuso, ma invece di morire, s’addormenterà soltanto in un profondo sonno, che durerà cento anni, in capo ai quali il figlio di un Re la verrà a svegliare”. Il Re, per la passione di scansare la sciagura annunziatagli dalla vecchia, fece subito bandire un editto, col quale era proibito a tutti di filare col fuso e di tenere fusi per casa, pena la vita.

Fatto sta, che passati quindici o sedici anni, il Re e la Regina essendo andati a una loro villa, accadde che la Principessina, correndo un giorno per il castello e mutando da un quartiere all’altro, salì fino in cima a una torre, dove in una piccola soffitta c’era una vecchina, che se ne stava sola sola, filando la sua rocca. Questa buona donna non sapeva nulla della proibizione fatta dal Re di filare col fuso. “Che fate voi, buona donna?”, disse la Principessa. “Son qui che filo, mia bella ragazza”, le rispose la vecchia, che non la conosceva punto. “Oh! carino, carino tanto!”, disse la Principessa, “ma come fate? datemi un po’ qua, che voglio vedere se mi riesce anche a me.” Vivacissima e anche un tantino avventata com’era (e d’altra parte il decreto della fata voleva così), non aveva ancora finito di prendere in mano il fuso, che si bucò la mano e cadde svenuta. La buona vecchia, non sapendo che cosa si fare, si mette a gridare aiuto. Corre gente da tutte le parti; spruzzano dell’acqua sul viso alla Principessa: le sganciano i vestiti, le battono sulle mani, le stropicciano le tempie con acqua della Regina d’Ungheria; ma non c’è verso di farla tornare in sé. Allora il Re, che era accorso al rumore, si ricordò della predizione delle fate: e sapendo bene che questa cosa doveva accadere, perché le fate l’avevano detto, fece mettere la Principessa nel più bell’appartamento del palazzo, sopra un letto tutto ricami d’oro e d’argento. Si sarebbe detta un angelo, tanto era bella: perché lo svenimento non aveva scemato nulla alla bella tinta rosa del suo colorito: le gote erano di un bel carnato, e le labbra come il corallo. Ella aveva soltanto gli occhi chiusi: ma si sentiva respirare dolcemente; e così dava a vedere che non era morta. Il Re ordinò che la lasciassero dormire in pace finché non fosse arrivata la sua ora di destarsi.

La buona fata, che le aveva salvata la vita, condannandola a dormire per cento anni, si trovava nel regno di Matacchino, distante di là dodici mila chilometri, quando capitò alla Principessa questa disgrazia: ma ne fu avvertita in un baleno da un piccolo nano che portava ai piedi degli stivali di sette chilometri (erano stivali, coi quali si facevano sette chilometri per ogni gambata). La fata partì subito, e in men di un’ora fu vista arrivare dentro un carro di fuoco, tirato dai draghi. Il Re andò ad offrirle la mano, per farla scendere dal carro. Ella diè un’occhiata a quanto era stato fatto: e perché era molto prudente, pensò che quando la Principessa venisse a svegliarsi, si vedrebbe in un brutto impiccio, a trovarsi sola sola in quel vecchio castello; ed ecco quello che fece. Toccò colla sua bacchetta tutto ciò che era nel castello (meno il Re e la Regina) governanti, damigelle d’onore, cameriste, gentiluomini, ufficiali, maggiordomi, cuochi, sguatteri, lacchè, guardie, svizzeri, paggi e servitori; e così toccò ugualmente tutti i cavalli, che erano nella scuderia coi loro palafrenieri e i grossi mastini di guardia nei cortili e la piccola Puffe, la canina della Principessa, che era accanto a lei, sul suo letto. Appena li ebbe toccati, si addormentarono tutti, per risvegliarsi soltanto quando si sarebbe risvegliata la loro padrona, onde trovarsi pronti a servirla in tutto e per tutto. Gli stessi spiedi, che giravano sul fuoco, pieni di pernici e di fagiani si addormentarono: e si addormentò anche il fuoco. E tutte queste cose furono fatte in un batter d’occhio; perché le fate sono sveltissime nelle loro faccende. Allora il Re e la Regina, quand’ebbero baciata la loro figliuola, senza che si svegliasse, uscirono dal castello, e fecero bandire che nessuno si fosse avvicinato a quei pressi. E la proibizione non era nemmeno necessaria, perché in meno d’un quarto d’ora crebbe, lì dintorno al parco, una quantità straordinaria di alberi, di arbusti, di sterpi e di pruneti, così intrecciati fra loro, che non c’era pericolo che uomo o animale potesse passarvi attraverso. Si vedevano appena le punte delle torri del castello: ma bisognava guardarle da una gran distanza. E anche qui è facile riconoscere che la fata aveva trovato un ripiego del suo mestiere, affinché la Principessa, durante il sonno, non avesse a temere l’indiscretezza dei curiosi.

In capo a cent’anni, il figlio del Re che regnava allora, e che era di un’altra famiglia che non aveva che far nulla con quella della Principessa addormentata, andando a caccia in quei dintorni, domandò che cosa fossero le torri che si vedevano spuntare al di sopra di quella folta boscaglia. Ciascuno gli rispose, secondo quello che ne avevano sentito dire: chi gli diceva che era un vecchio castello abitato dagli spiriti; chi raccontava che tutti gli stregoni del vicinato ci facevano il loro sabato. La voce più comune era quella che ci stesse di casa un orco, il quale portava dentro tutti i ragazzi che poteva agguantare, per poi mangiarseli a suo comodo, e senza pericolo che qualcuno lo rincorresse, perché egli solo aveva la virtù di aprirsi una strada attraverso il bosco. Il Principe non sapeva a chi dar retta, quando un vecchio contadino prese la parola e gli disse: “Mio buon Principe, sarà ormai più di cinquant’anni che ho sentito raccontare da mio padre che in quel castello c’era una Principessa, la più bella che si potesse mai vedere; che essa doveva dormirvi cento anni, e che sarebbe destata dal figlio di un Re, al quale era destinata in sposa”. A queste parole, il Principe s’infiammò; senza esitare un attimo, pensò che sarebbe stato lui, quello che avrebbe condotto a fine una sì bella avventura, e spinto dall’amore e dalla gloria, decise di mettersi subito alla prova. Appena si mosse verso il bosco, ecco che subito tutti gli alberi d’alto fusto e i pruneti e i roveti si tirarono da parte, da se stessi, per lasciarlo passare. Egli s’incamminò verso il castello, che era in fondo a un viale, ed entrò dentro; e la cosa che gli fece un po’ di stupore, fu quella di vedere che nessuno delle sue genti aveva potuto seguirlo, perché gli alberi, appena passato lui, erano tornati a ravvicinarsi. Ma non per questo si peritò a tirare avanti per la sua strada: un Principe giovine e innamorato è sempre pien di valore. Entrò in un gran cortile, dove lo spettacolo che gli apparve dinanzi agli occhi sarebbe bastato a farlo gelare di spavento. C’era un silenzio, che metteva paura: dappertutto l’immagine della morte: non si vedevano altro che corpi distesi per terra, di uomini e di animali, che parevano morti, se non che dal naso bitorzoluto e dalle gote vermiglie dei guardaportoni, egli si poté accorgere che erano soltanto addormentati, e i loro bicchieri, dove c’erano sempre gli ultimi sgoccioli di vino, mostravano chiaro che si erano addormentati trincando. Passa quindi in un altro gran cortile, tutto lastricato di marmo; sale la scala ed entra nella sala delle guardie, che erano tutte schierate in fila colla carabina in braccio, e russavano come tanti ghiri; traversa molte altre stanze piene di cavalieri e di dame, tutti addormentati, chi in piedi chi a sedere. Entra finalmente in una camera tutta dorata, e vede sopra un letto, che aveva le cortine tirate su dai quattro lati, il più bello spettacolo che avesse visto mai, una Principessa che mostrava dai quindici ai sedici anni, e nel cui aspetto sfolgoreggiante c’era qualche cosa di luminoso e di divino. Si accostò tremando e ammirando, e si pose in ginocchio accanto a lei. In quel punto, siccome la fine dell’incantesimo era arrivata, la Principessa si svegliò, e guardandolo con certi occhi, più teneri assai di quello che sarebbe lecito in un primo abboccamento, “Siete voi, o mio Principe?”, ella gli disse. “Vi siete fatto molto aspettare!” Il Principe, incantato da queste parole, e più ancora dal modo col quale erano dette, non sapeva come fare a esprimerle la sua grazia e la sua gratitudine. Giurò che l’amava più di se stesso. I suoi discorsi furono sconnessi e per questo piacquero di più; perché, poca eloquenza, grande amore! Esso era più imbrogliato di lei, né c’è da farsene meraviglia, a motivo che la Principessa aveva avuto tutto il tempo per poter pensare alle cose che avrebbe avuto da dirgli: perché, a quanto pare (la storia peraltro non ne fa parola), durante un sonno così lungo, la sua buona fata le avea regalato dei piacevolissimi sogni. Fatto sta, che erano già quattro ore che parlavano fra loro due, fitto fitto, e non si erano ancora detta la metà delle cose che avevano da dirsi.

Intanto tutte le persone del palazzo si erano svegliate colla Principessa: e ciascuno aveva ripreso le sue faccende: e siccome tutti non erano innamorati, così non si reggevano in piedi dalla fame. La dama d’onore, che sentiva sfinirsi come gli altri, perdé la pazienza e disse ad alta voce alla Principessa che la zuppa era in tavola. Il Principe diede mano alla Principessa perché si alzasse: ella era già abbigliata e con gran magnificenza: ed egli fu abbastanza prudente da farle osservare, che era vestita come la mi’ nonna, e che aveva un camicino alto fin sotto gli orecchi, come costumava un secolo addietro. Ma non per questo era meno bella. Passarono nel gran salone degli specchi e lì cenarono, serviti a tavola dagli ufficiali della Principessa. Gli oboè e i violini suonarono delle sinfonie vecchissime, ma sempre belle, quantunque fosse quasi cent’anni che nessuno pensava più a suonarle: e dopo cena, senza metter tempo in mezzo, il grande elemosiniere li maritò nella cappella di corte, e la dama d’onore tirò le cortine del parato. Dormirono poco. La Principessa non ne aveva un gran bisogno, e il Principe, appena fece giorno, la lasciò per ritornare in città, dove il padre suo stava in pensiero per lui. Il Principe gli dette a intendere che, nell’andare a caccia, s’era sperso in una foresta e che aveva dormito nella capanna d’un carbonaio, dove aveva mangiato del pan nero e un po’ di formaggio. Quel buon uomo di suo padre, che era proprio un buon uomo, ci credé: ma non fu così di sua madre, la quale, vedendo che il figliuolo andava quasi tutti i giorni a caccia e che aveva sempre degli ammennicoli pronti per giustificarsi, tutte le volte che gli accadeva di passare tre o quattro nottate fuori di casa, finì col mettersi in capo che ci doveva essere di mezzo qualche amoretto. Perché bisogna sapere che egli passò più di due anni insieme colla Principessa, e ne ebbe due figli; di cui il maggiore, che era una femmina, si chiamava Aurora, e il secondo che era maschio, fu chiamato Giorno, comecché promettesse di essere anche più bello della sorella. La Regina si provò più volte a interrogare il figlio, e a metterlo su per levargli di sotto qualche parola: dicendogli che in questo mondo ognuno è padrone di fare il piacer suo: ma egli non si arrisicò mai a confidarle il segreto del suo cuore. Voleva bene a sua madre; ma ne aveva paura, perché essa veniva da una famiglia d’orchi, e il Re s’era indotto a sposarla unicamente a cagione delle sue grandi ricchezze. Anzi c’era in corte la diceria che ella avesse tutti gli istinti dell’orco; e che, quando vedeva passare dei ragazzetti, facesse sopra di sé degli sforzi inauditi per trattenersi dalla voglia di avventarsi su di essi e di mangiarseli vivi vivi. Ecco perché il Principe non volle mai dir nulla dei suoi segreti. Ma quando il Re morì, e questo accadde due anni dopo, e che egli diventò il padrone del regno, fece subito bandire pubblicamente il suo matrimonio e andò con grande scialo a prendere la Regina sua moglie al castello. Le fu preparato un solenne ingresso nella capitale del Regno, dov’ella entrò in mezzo ai suoi due figli.

Di lì a poco tempo il Re andò a far la guerra al Re Cantalabutta, suo vicino. Lasciò la reggenza del Regno alla Regina sua madre, e le raccomandò tanto e poi tanto la moglie e i figliuoli suoi. Si contava che egli dovesse restare alla guerra tutta l’estate, che appena fu partito la Regina mandò la nuora e i suoi ragazzi in una casa in mezzo ai boschi, per poter meglio soddisfare le sue orribili voglie. Dopo qualche giorno, vi andò essa pure, e una tal sera disse al suo capo cuoco: “Domani a pranzo voglio mangiare la piccola Aurora”. “Ah, signora!”, esclamò il cuoco. “Voglio così”, rispose la Regina; e lo disse col tono di voce d’un’orchessa, che ha proprio voglia di mangiare della carne viva. “E la voglio mangiare in salsa piccante.” Quel pover’uomo del cuoco, vedendo che con un’orchessa c’era poco da scherzare, prese una grossa coltella e salì su nella camera della piccola Aurora. Ella aveva allora quattr’anni appena, e corse saltellando e ridendo a gettarglisi al collo e a chiedergli delle chicche. Egli si mise a piangere, la coltella gli cascò di mano e andò giù nella corte a sgozzare un agnellino, e lo cucinò con una salsa così buona, che la sua padrona ebbe a dire di non aver mai mangiato una cosa così squisita in tempo di vita sua. In quello stesso tempo esso aveva portato via la piccola Aurora e l’aveva data in custodia alla sua moglie, perché la nascondesse nel quartierino di sua abitazione in fondo al cortile. Otto giorno dopo quella strega della Regina disse al suo capo cuoco: “Voglio mangiare a cena il piccolo Giorno”. Egli non rispose né sì né no, risoluto com’era a farle lo stesso tiro della volta passata. Andò a cercare il piccolo Giorno, e lo trovò con una spada in mano, che tirava di scherma con una grossa scimmia: eppure non aveva più di tre anni. Lo prese e lo portò alla sua moglie, la quale lo nascose insieme colla piccola Aurora: e in luogo del fanciullo, servì in tavola un caprettino di latte, che l’orchessa trovò delizioso.

Fin lì le cose erano andate bene; ma una sera la malvagia Regina disse al cuoco: “Voglio mangiare la Regina, cucinata colla stessa salsa de’ suoi figliuoli”. Fu allora che il povero cuoco sentì cascarsi le braccia, perché non sapeva proprio come fare a ingannarla per la terza volta. La giovane Regina aveva vent’anni suonati, senza contare i cento passati dormendo; e la sua pelle, quantunque sempre bella e bianchissima, era diventata un po’ tosta: e ora come trovare nello stallino un animale che avesse per l’appunto la pelle tigliosa a quel modo? Per salvare la propria vita, prese la risoluzione di tagliar la gola alla Regina e salì nella camera di lei, col fermo proposito di non dovercisi rifare due volte. Egli fece di tutto per eccitarsi e per andare in bestia, e con un pugnale in mano entrò nella camera della giovane Regina: ma non volendola prendere di sorpresa, le raccontò con grandissimo rispetto l’ordine ricevuto dalla Regina madre. “Fate pure, fate pure”, ella gli disse, porgendogli il collo, “eseguite l’ordine che vi hanno dato; io andrò così a rivedere i miei figli, i miei poveri figli, che ho tanto amato.” Ella li credeva morti fin dal momento che li aveva veduti sparire, senza saperne altro. “No, no, o signora”, rispose il povero cuoco, tutto intenerito, “voi non morirete nient’affatto: e non lascerete per questo di andare a rivedere i vostri figliuoli: ma li vedrete a casa mia, dov’io li ho nascosti, e anche per questa volta ingannerò la Regina, facendole mangiare una giovine cervia invece di voi.” La condusse subito nella sua camera, dove, lasciandola che si sfogasse a baciare le sue creature, e a piangere con esse, se ne andò diviato a cucinare una cervia, che la Regina mangiò per cena, col medesimo gusto, come se avesse mangiato la giovine Regina. Ella era molto soddisfatta della sua crudeltà; e già studiava il modo per dare a intendere al Re, quando fosse tornato, che i lupi affamati avevano divorato la Regina sua moglie e i suoi ragazzi.

Una sera che la Regina madre, secondo il suo solito, ronzava in punta di piedi per le corti e per i cortili, a fiutare l’odore della carne cruda, sentì in una stanza terrena il piccolo Giorno che piangeva, perché la sua mamma lo voleva picchiare, a causa che era stato cattivo, e sentì nello stesso tempo la piccola Aurora che implorava perdono per il suo fratellino. L’orchessa riconobbe la voce della Regina e de’ suoi figliuoli, e furibonda d’essere stata ingannata, con una voce spaventevole, che fece tremar tutti, ordinò che la mattina dipoi fosse portata in mezzo alla corte una gran vasca, e che la vasca fosse riempita di vipere, di rospi, di ramarri e di serpenti per farvi gettar dentro la Regina, i figliuoli, il capo cuoco, la moglie di lui e la sua serva di casa. Ella aveva ordinato che fossero menati tutti colle mani legate di dietro. Essi erano lì, e già i carnefici si preparavano a gettarli nella vasca, quand’ecco che il Re, il quale non era aspettato così presto di ritorno, entrò nella corte a cavallo: esso era venuto colla posta, e domandò tutto stupito che cosa mai volesse dire quell’orrendo spettacolo. Nessuno aveva coraggio di aprir bocca, quando l’orchessa, presa da una rabbia indicibile nel vedere quel che vedeva, si gettò da se stessa colla testa avanti nella vasca, dove in un attimo fu divorata da tutte quelle bestiacce, che c’erano state messe dentro per suo comando. A ogni modo il Re se ne mostrò addolorato, perché in fin dei conti era sua madre: ma trovò la maniera di consolarsene presto colla sua bella moglie e coi suoi bambini.

Se questo racconto avesse voglia d’insegnar qualche cosa, potrebbe insegnare alle fanciulle che chi dorme non piglia pesci… né marito. La Bella addormentata nel bosco dormì cent’anni, e poi trovò lo sposo: ma il racconto forse è fatto apposta per dimostrare alle fanciulle che non sarebbe prudenza imitarne l’esempio.

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Fiabe Classiche – F.lli Grimm: Rosaspina

 

Rosaspina

“Kinder und Hausmärchen” (n.50)

libro animato

Tanto tempo fa c’erano un re e una regina e ogni giorno dicevano: “Ah se avessimo un bimbo”, ma bambini non ne arrivavano.

Allora accadde che, mentre la regina faceva il bagno, dall’acqua saltò fuori un ranocchio, si avvicinò a riva e così parlò alla regina: “Il tuo desiderio sta per essere esaudito: in capo ad un anno partorirai una bambina”. Quello che il ranocchietto aveva detto si avverò e la regina partorì una bimba talmente bella che il re non sapeva più contenere la sua gioia e ordinò che venisse allestita una grandissima festa. E non invitò solo i parenti, gli amici e i conoscenti, ma anche le fate, perché fossero propizie e benevole con la piccola nata.

A quel tempo di fate nel regno del re ce n’erano tredici, ma poiché il re aveva solo dodici piatti d’oro per servir loro il pranzo, dovette rinunciare a invitarne una.

La festa fu allestita con ogni sfarzo e quando finì, le fate donarono alla bimba i loro meravigliosi doni: l’una la virtù, l’altra la bellezza, la terza la ricchezza e via dicendo, insomma tutto quello che al mondo si può desiderare. Quando l’undicesima fata fece il suo dono, improvvisamente entrò la tredicesima che voleva vendicarsi per non essere stata invitata e, senza guardar in faccia o salutare nessuno, gridò con voce stentorea:

“La figlia del re a quindici anni si pungerà con un fuso e cadrà a terra morta”. E senza più pronunciar parola, si girò e abbandonò la sala. Allora si fece avanti la dodicesima fata che non aveva ancora formulato il suo dono, ma poiché non poteva annullare il malvagio augurio, ma solo alleviarlo, così disse: “Non ci sarà morte, ma un sonno che durerà cent’anni.”

Il re, che voleva salvare sua figlia da quella disgrazia, bandì i fusi da tutto il suo regno. Sulla fanciulla si adempirono i voti delle fate, infatti era bella, virtuosa, gentile e intelligente tanto che chiunque la vedeva non poteva non amarla.

Allora accadde che proprio il giorno in cui compiva i quindici anni, il re e la regina non c’erano e la fanciulla rimase sola nel castello. Allora se ne andò in giro in ogni luogo, visitò stanze e dispense fino a che giunse in una vecchia torre. Salì una stretta scala a chiocciola che la condusse a una porticina. Nella toppa c’era una chiave arrugginita e, quando la girò, la porticina si spalancò. Lì in una piccola stanzetta se ne stava una vecchia donna con un fuso in mano e filava attenta il suo lino.

“Buon giorno, nonnina,” disse la figlia del re, “cosa stai facendo?” “Filo”, disse la vecchia rispondendo con un cenno del capo. “Che cos’hai in mano che gira così allegramente?”, chiese la fanciulla e prese il fuso perché anche lei voleva filare. Non appena ebbe sfiorato il fuso l’incantesimo si compì e lei si punse un dito. Come sentì la puntura cadde su un letto che si trovava in quella stanza e sprofondò in un sonno profondo. Quello stesso sonno si diffuse in tutto il castello, il re e la regina che erano appena rientrati quando raggiunsero la sala del trono caddero a terra addormentati, e con loro tutta la corte. E s’addormentarono i cavalli nella stalla, i cani nel cortile, le colombe sul tetto, le mosche sulle pareti, persino il fuoco che crepitava nel focolare si zittì e s’addormentò e l’arrosto smise di sfrigolare e il cuoco, che aveva afferrato lo sguattero e gli voleva dare una sberla perché ne aveva combinata una delle sue, lo lasciò andare e si addormentò. Il vento si addormentò e sugli alberi accanto al castello fu solo silenzio. Attorno al castello crebbe un roveto che diventava ogni giorno più fitto e alto e che alla fine circondò il castello e lo ricoprì tutto, tanto da farlo sparire alla vista di tutti. Non si vedeva più nemmeno la bandiera sulla torre più alta. Nel paese si sparse la leggenda di Rosaspina, come veniva chiamata la bella principessa addormentata, e di tanto in tanto veniva qualche figlio di re che voleva penetrare nel roveto. Ma nessuno di loro riusciva a penetrarvi perché le spine li trattenevano come fossero mani adunche ed essi si impigliavano in quelle spine e lì morivano miseramente.

Dopo molti e molti anni giunse nel paese un principe al quale capitò di udire un vecchio raccontare del roveto. Lì dietro doveva esserci un castello e nel castello una principessa meravigliosa, il cui nome era Rosaspina, dormiva un sonno di cento anni e con lei giacevano addormentati il re e la regina e tutta la corte. Già suo nonno gli aveva narrato che molti figli di re erano venuti e avevano tentato di spingersi attraverso il roveto, ma che lì erano rimasti impigliati ed erano morti d’una ben triste morte. Allora il giovane re disse: “Non ho paura, attraverserò i rovi e vedrò la bella Rosaspina”. Il vecchio cercò in ogni modo di dissuaderlo, ma il principe non volle ascoltarlo.

Ora erano proprio passati i cent’anni ed era arrivato il giorno in cui Rosaspina doveva svegliarsi. Non appena il principe s’avvicinò al roveto, non gli apparvero che fiori meravigliosi che si scostavano spontaneamente al suo passaggio e lo lasciavano penetrare senza ferirlo. Giunto nel cortile del castello vide cavalli e cani da caccia che giacevano addormentati, e sul tetto c’erano le colombe con i capini sotto l’ala. E quando entrò in casa, le mosche dormivano sulle pareti e il cuoco, in cucina, aveva ancora la mano alzata, come volesse afferrare lo sguattero, e la serva se ne stava davanti ad un pollo nero che stava spennando. Andò oltre e nella sala del trono vide tutta la corte addormentata e sul trono dormivano re e regina. Proseguì e tutto era così silenzioso che poteva udire il proprio respiro. Finalmente arrivò nella torre, aprì la porticina della piccola stanza dove dormiva la bella Rosaspina. Lei era lì sdraiata ed era così bella che il giovane principe non sapeva distogliere gli occhi da lei. Poi si chinò e la baciò.

Non appena l’ebbe sfiorata col suo bacio, Rosaspina aprì gli occhi, si svegliò e gli sorrise. Allora entrambi scesero dalla torre e si svegliarono il re e la regina, e tutta la corte si svegliò e tutti si guardavano con sguardo pieno di stupore. E i cavalli nel cortile balzarono in piedi e si scrollarono, e i cani da caccia saltavano e scodinzolavano e le colombe sul tetto levarono la testina di sotto l’ala, si guardarono attorno e volarono via, e le mosche ripresero a muoversi sulla parete, e il fuoco in cucina si ravviò, si rimise ad ardere e ricominciò a cuocere il pranzo, l’arrosto riprese a sfrigolare, il cuoco diede allo sguattero quel famoso schiaffo e lo fece gridare e la serva finì di spennare il pollo. Poi furono celebrate le nozze con grande sfarzo tra il principe e Rosaspina e tutti vissero felici fino alla morte.

Fonte Quì

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La versione dark di questa splendida fiaba è attribuita allo scrittore G.Basile di cui abbiamo parlato sopra.

La violenza subita dalla principessa addormentata rende la fiaba più amara che dolce, e non trovo neanche che il finale sia tanto lieto ( Quì più info sul racconto per chi fosse curioso).

Principesse Dark: La bella addormentata nel bosco

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Il Magazine delle Principesse : La bella addormentata nel bosco

aurora magazine

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E concludiamo con il cartoon di questa bellissima fiaba, buona visione:

Ps.: il titolo del film è sbagliato, la fiaba è della bella addormentata, non temete! 😉

 

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