Cenerentola

 

Cenerentola è una fiaba che probabilmente ha origini nell’antina Cina o antico Egitto, tra centinaia di versioni quelle più note sono di Giambattista Basile con “ La gatta di CenerentolaCharles Perrault e dei Fratelli Grimm; Tra le versioni moderne invece và citata anche quella del celebre film di animazione della Disney del 1950.

Ecco quì di seguito le tre fiabe ( trovate nel bellissimo sito www.Paroledautore.net ) :

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cenerella a cavallo1

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Fiabe Classiche e Popolari Italiane – Basile: La Gatta Cenerentola (Giornata I, Favola VI)

Zezzolla

«Lo Cunto de li cunti» («Il Pentamerone»), 1634

libro animato

Zezolla, spinta dalla maestra a uccidere la matrigna e, credendo di essere apprezzata per averle fatto prendere per marito il padre, è confinata in cucina. Ma, per virtù delle fate, dopo varie vicende, si guadagna un re per marito.

Sembravano statue gli ascoltatori nel sentire il racconto della pulce, e assegnarono un certificato d’asinaggine al re sciocco, che mise a tanto rischio l’interesse del suo sangue e la successione dello Stato per una cosa de crusca. E appena tutti si azzittirono, Antonella sbottò a parlare nella maniera che segue: “L’invidia ha sempre avuto, nel mare della malignità, l’ernia in cambio delle vesciche e, quando crede di vedere qualcuno annegato a mare, essa stessa si ritrova o sott’acqua o sbattuta contro uno scoglio; come mi salta in testa di raccontarvi di certe ragazze invidiose.”

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Sappiate dunque che c’era una volta un principe vedovo, che aveva una figliola così cara che non ci vedeva per altri occhi; per lei teneva una maestra di prim’ordine, che le insegnava le catenelle, il punto Venezia, le frange e il punto a giorno, mostrandole tanto affetto che non bastano le parole a dirlo. Ma, essendosi sposato da poco il padre e pigliata una focosa malvagia e indiavolata, questa maledetta femmina cominciò ad avere in disgusto la figliastra, facendole cere brusche, facce storte, occhiate accigliate da spaventarla, tanto che la povera ragazza si lamentava sempre con la maestra dei maltrattamenti che le faceva la matrigna, dicendole: “O dio, e non potessi essere tu la mammarella mia, che mi fai tanti vezzi e carezze?” E tanto continuò a ripetere questa cantilena che, messole un vespone nell’orecchio, accecata dal diavolo, una volta la maestra le disse: “Se farai come ti dice questa testa pazza, io ti sarò mamma e tu mi sarai cara come le ciliegine di questi occhi”. Voleva continuare a parlare, quando Zezolla (che così si chiamava la ragazza) disse: “Perdonami, se ti spezzo la parola in bocca. Io so che mi vuoi bene, perciò zitto e sufficit: insegnami l’arte, perché io vengo dalla campagna, tu scrivi io firmo” “Orsù” replicò la maestra, “senti bene, apri le orecchie e il pane ti verrà bianco come i fiori. Appena tuo padre esce, dì alla tua matrigna che vuoi un vestito di quelli vecchi che stanno dentro la grande cassapanca nel ripostiglio, per risparmiare questo che porti addosso. Lei, che ti vuol vedere tutta pezze e stracci, aprirà il cassone e dirà: ‘Tieni il coperchio’ E tu, tenendolo, mentre andrà rovistando dentro, lascialo cadere di colpo, così si romperà l’osso del collo. Fatto ciò, tu sai che tuo padre farebbe monete false per accontentarti e tu, quando ti accarezza, pregalo di prendermi per moglie, perché (beata a te!) sarai la padrona della vita mia”

Sentito questo a Zezolla ogni ora parve mille anni e, messo in opera per filo e per segno il consiglio della maestra, dopo che passò il tempo del lutto per la disgrazia della matrigna, cominciò a toccare i tasti del padre, perché si sposasse con la maestra. Da principio il principe la prese in burla; ma la figlia tanto tirò di piatto finché colpì di punta, perché alla fine il padre si piegò alle parole de Zezolla e, pigliatosi in moglie Carmosina, che era la maestra, fece una grande festa. Ora, mentre gli sposi stavano in tresca tra loro, affacciatasi Zezolla a un terrazzino di casa sua, una colombella, volata sopra un muro, le disse: “Quando ti viene voglia di qualcosa, mandala a chiedere alla colomba delle fate nell’isola di Sardegna, ché l’avrai subito”.

La nuova matrigna per cinque o sei giorni soffocò di carezze Zezolla, facendola sedere al miglior posto a tavola, dandole il miglior boccone, mettendole i migliori vestiti. Ma, passato a mala pena un poco di tempo, mandato a monte e scordato completamente il favore ricevuto, (oh, triste l’anima che ha cattiva padrona!) cominciò a mettere in bella mostra sei figlie sue, che fino ad allora aveva tenuto segrete e, tanto fece con il marito che, prese in grazia le figliastre, gli cadde dal cuore la figlia propria, tanto che, pèrdici oggi manca domani, successe che si ridusse dalla camera alla cucina e dal baldacchino al focolare, dai lussi di seta e d’oro agli stracci, dagli scettri agli spiedi, né solo cambiò stato, ma perfino il nome, e da Zezolla fu chiamata Gatta Cenerentola.

Avvenne che il principe, dovendo andare in Sardegna per faccende necessarie al suo stato, domandò a una per una a Imperia Calamita Fiorella Diamante Colombina Pascarella, che erano le sei figliastre, che cosa volessero che gli portasse al suo ritorno: e chi chiese vestiti da sfoggiare, chi galanterie per la testa, chi belletti per la faccia, chi giocarelli per passare il tempo e chi una cosa e chi un’altra. Per ultimo, quasi per burla, disse alla figlia: “E tu, che vorresti?” E lei: “Niente altro, se non che mi raccomandi alla colomba delle fate, chiedendo che mi mandino qualcosa; e, se te lo scordi, possa tu non andare né avanti né indietro. Tieni a mente quello che ti dico: arma tua, mano tua”.

Partì il principe, fece gli affari suoi in Sardegna, comprò quanto gli avevano chiesto le figliastre e Zezolla gli uscì di mente. Ma, imbarcatosi sopra a un vascello e facendo vela, la nave non riuscì a staccarsi dal porto, e pareva che fosse frenata dalla remora. Il padrone del vascello, ch’era quasi disperato, per la stanchezza, si mise a dormire e vide in sogno una fata, che gli disse: “Sai perché non potete staccare la nave dal porto? Perché il principe che viene con voi ha mancato la promessa alla figlia, ricordandosi di tutte tranne che del sangue suo”. Si sveglia il padrone, racconta il sogno al principe, il quale, confuso per la sua mancanza, andò alla grotta delle fate, e, raccomandando loro la figlia, chiese che le mandassero qualcosa. Ed ecco venir fuori della grotta una bella giovane, che sembrava un gonfalone, la quale gli disse che ringraziava la figlia per la buona memoria e che se la godesse per amor suo. Così dicendo gli diede un dattero, una zappa, un secchiello d’oro e una tovaglia di seta, dicendo che l’uno era per seminare e le altre cose per coltivare la pianta. Il principe, meravigliato di questi doni, si congedò dalla fata e si avviò alla volta del suo paese e, dato a tutte le figliastre quanto avevano chiesto, finalmente consegnò alla figlia il dono che le faceva la fata. La quale, con una gioia che non la teneva nella pelle, piantò il dattero in un bel vaso di coccio; lo zappava, lo innaffiava e con la tovaglia di seta l’asciugava mattino e sera, tanto che in quattro giorni, cresciuto dell’altezza di una donna, ne uscì fuori una fata, dicendole: “Che desideri?” Zezolla le rispose che qualche volta desiderava di uscire di casa, ma non voleva che le sorelle lo sapessero. Replicò la fata: “Ogni volta che ti fa piacere, vieni vicino al vaso di coccio e dì: «Dattero mio dorato, con la zappetta d’oro t’ho zappato, con il secchiello d’oro t’ho innaffiato, con la tovaglia di seta t’ho asciugato: spoglia a te e vesti a me!» E quando vorrai spogliarti, cambia l’ultimo verso, dicendo: «Spoglia a me e vesti a te!»

Ora, essendo venuto un giorno di festa ed essendo uscite le figlie della maestra tutte spampanate agghindate impellicciate, tutte nastrini campanellini e collanelle, tutte fiori odori cose e rose, Zezolla corre subito al vaso di coccio e, dette le parole insegnatele dalla fata, fu agghindata come una regina e, posta su una cavalcatura con dodici paggi lindi e pinti, andò dove andavano le sorelle, che fecero la bava alla bocca per le bellezze di questa splendida colomba. Ma, come volle la sorte, capitò nello stesso luogo il re, il quale, visto la straordinaria bellezza di Zezolla, ne restò subito affatturato e disse al servitore più fedele d’informarsi su come poter sapere di questa bellezza, e chi fosse e dove stava. Il servitore le si mise dietro con la stessa andatura: ma lei, accortasi dell’agguato, gettò una manciata di scudi d’oro, che si era fatta dare dal dattero a questo scopo. Quello, avvistati gli scudi, si dimenticò d’inseguire il cavallo per riempirsi le zampe di quattrini, e lei s’infilò di slancio in casa, dove, spogliatasi come le aveva insegnato la fata, aspettò quelle bruttone delle sorelle, che, per farle dispetto, raccontarono delle tante cose belle che avevano visto. Nel mentre, il servitore tornò dal re e raccontò il fatto degli scudi; e quello, invaso da una rabbia grande, gli disse che per quattro quattrini cacati aveva venduto il piacer suo e che a qualsiasi costo, alla prossima festa, avrebbe dovuto cercare di sapere chi fosse la bella giovane e dove si nascondesse questo bell’uccello.

Arrivò l’altra festa e, uscite le sorelle tutte apparate ed eleganti, lasciarono la disprezzata Zezolla vicino al focolare; e lei subito corre dal dattero e, pronunciate le solite parole, ecco che uscirono un gruppo di damigelle. Chi con lo specchio, chi con la carafella d’acqua di zucca, chi con il ferro dei riccioli, chi con il panno del rosso, chi con il pettine, chi con le spille, chi con i vestiti, chi con il diadema e le collane e, fattala bella come un sole, la misero su una carrozza a sei cavalli, accompagnata da staffiere e da paggi in livrea e, arrivata nello stesso luogo dove c’era stata l’altra festa, aggiunse meraviglia al cuore delle sorelle e fuoco al petto del re. Ma, andatosene di nuovo e andatole dietro il servo, per non farsi raggiungere gettò una pugno di perle e gioielli e, mentre quell’uomo dabbene si fermò a beccarsele, che non era cosa da perdere, essa ebbe il tempo di arrivare a casa e di spogliarsi come al solito. Il servitore tornò mogio mogio dal re, il quale disse: “Per l’anima dei morti miei, se tu non la trovi, ti assesto una bastonatura e ti darò tanti calci in culo per quanti peli hai nella barba”.

Arrivò l’altra festa e, uscite le sorelle, lei tornò dal dattero e, continuando la canzone fatata, fu vestita superbamente e posta dentro a una carrozza d’oro, con tanti servi attorno che pareva una putt… sorpresa al passeggio e attorniata dagli sbirri. E, andata a far invidia alle sorelle, se ne partì, e il servo del re si cucì a filo doppio alla carrozza. Essa, vedendo che le era sempre alle costole, disse: “Sferza, cocchiere!”, ed ecco la carrozza si mise a correre con tanta furia e fu così precipitosa la corsa che le cascò una pianella; e non si poteva vedere più bella cosa. Il servitore, che non riuscì a raggiungere la carrozza che volava, raccolse la pianella da terra e la portò al re, raccontandogli quanto gli era successo. E lui, presala in mano, disse: “Se le fondamenta sono così belle, cosa sarà la casa? O bel candeliere, dove è stata la candela che mi strugge! O treppiede della bella caldaia, dove bolle la mia vita! O bei sugheri attaccati alla lenza d’Ammore, con cui ha pescato quest’anima! Ecco, io vi abbraccio e vi stringo e, se non posso arrivare alla pianta, adoro le radici e, se non posso avere i capitelli, bacio i basamenti! Già siete stati cippi di un bianco piede, ora siete tagliole di un cuore nero. Per voi era alta un palmo e mezzo di più colei che tiranneggia questa vita e per voi cresce altrettanto di dolcezza questa vita, mentre vi guardo e vi posseggo” Così dicendo chiama lo scrivano, comanda il trombettiere e tu tu tu fa lanciare un bando: che tutte le femmine della città vengano a una festa pubblica e a un banchetto, che si è messo in testa di fare. E, venuto il giorno stabilito, oh bene mio: che masticatorio e che cuccagna che si fece! Da dove vennero tante pastiere e casatielli? Da dove li stufati e le polpette? Da dove i maccheroni e i ravioli? Tanta roba che ci poteva mangiare un esercito intero. Arrivarono tutte le femmine, e nobili e ignobili e ricche e pezzenti e vecchie e giovani e belle e brutte e, dopo aver ben pettinato, il re, fatto il prosit, provò la pianella a una per una a tutte le convitate, per vedere a chi andasse a capello e a pennello, tanto che potesse conoscere dalla forma della pianella quella che andava cercando. Ma, non trovando piede che ci andasse a sesto, stava a disperarsi. Tuttavia, dopo aver zittito tutti, disse: “Tornate domani a fare un’altra volta penitenza con me. Ma, se mi volete bene, non lasciate nessuna femmina in casa, sia chi sia”

Disse il principe:”Ho una figlia, ma fa sempre la guarda al focolare, perché è disgraziata e da poco e non merita di sedere dove mangiate voi” Disse il re: “Questa sia in testa alla lista, perché così mi piace” Così partirono e il giorno dopo tornarono tutte e, insieme con le figlie di Carmosina, venne Zezolla, e il re, non appena la vide, ebbe come l’avvertimento che fosse quella che desiderava, tuttavia abbozzò. Ma, finito di sbattere i denti, si arrivò alla prova della pianella, che non s’era neppure accostata al piede de Zezolla, che si lanciò da sola al piede di quel coccopinto d’Amore, come il ferro corre alla calamita. Vista la qual cosa il re, corse a stringerla forte tra le braccia e, fattala sedere sotto il baldacchino, le mise la corona in testa, comandando a tutte che le facessero inchini e riverenze, come alla loro regina. Le sorelle vedendo ciò, piene di rabbia, non avendo lo stomaco di sopportare lo scoppio del loro core, se la filarono quatte quatte verso la casa della mamma, confessando a loro dispetto che è pazzo chi contrasta con le stelle.

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Fiabe Classiche – C.Perrault: Cenerentola (anche: «Cenerentola ovvero La pianellina di vetro») seconda metà XIIV

 

(Traduzione di Federigo Verdinois, 1910)

immagine di Cenerentola e la zucca

«Les Contes de ma mère l’Oye»

libro animato

Cera una volta un gentiluomo il quale in seconde nozze si pigliò una moglie che la più superba non s’era mai vista. Aveva costei due figlie che in tutto e per tutto la somigliavano. Dal canto suo, il marito aveva una ragazza, ma così dolce e buona che non si può dire: doveva queste qualità  alla mamma, che era stata la più brava donna di questo mondo. Subito dopo fatte le nozze, la madrigna diè sfogo al suo malanimo. Non potea soffrire le doti della giovanetta, che rendevano ancor più odiose le figlie sue. La incaricò dei più bassi servizi della casa: toccava a lei lavare i piatti e spazzar le scale, stropicciare l’impiantito in camera della signora e delle signorine figlie; dormiva in cima alla casa, in un granaio, sopra un misero pagliericcio, mentre alle sorelle erano assegnate camere con pavimenti intarsiati, letti di ultima moda, e specchi in cui si miravano da capo a piedi. La povera ragazza soffriva tutto con pazienza, nè osava lamentarsi col padre, perchè questi l’avrebbe sgridata, visto che dalla moglie si facea comandare a bacchetta. Finito il suo lavoro, mettevasi accanto al camino e si sedeva nella cenere, epperò in casa la si chiamava comunemente Cucciolona; la minore delle due sorelle, non  tanto sgarbata quanto l’altra, la chiamava Cenerentola. Eppure Cenerentola, infagottata com’era nei suoi cenci, era cento volte più bella delle sorelle sfarzosamente vestite.

Accadde che il figlio del Re diede un ballo, invitandovi tutte le persone di conto. Anche le  nostre due signorine ebbero l’invito, perchè faceano gran figura nel paese. Eccole tutte contente e affaccendate per scegliere gli abiti e le acconciature che stessero lor meglio: novella fatica per Cenerentola, perchè doveva lei stirar la biancheria delle sorelle e pieghettarne i manichini. Non si parlava che dei vestiti da mettersi. “Io, disse la maggiore mi metterò l’abito di velluto rosso e i pizzi d’Inghilterra.” “Per me, disse l’altra, non avrò che  la veste solita; ma in compenso mi metterò il mantello fiorato d’oro e la collana di diamanti, che non è mica una cosa da niente”. Si mandò a chiamare la crestaia perchè aggiustasse le cuffiette a doppia gala e si comprarono dei nei dalla profumiera. A Cenerentola anche domandarono un parere, perchè la sapevano di buongusto. Ceneren tola le consigliò che meglio non si poteva e si offrì perfino di pettinarle, al che le due sorelle si degnarono di accettare. Mentre si facevano pettinare, le dicevano: “Ti piacerebbe di andare al ballo, Cenerentola? “Ahimè! signorine, voi vi burlate di me; non è cosa per me.” “Hai ragione; sarebbe un gran ridere, se si vedesse al ballo una Cucciolona.” Un’altra le avrebbe pettinate alla diavola; ma Cenerentola era buona e le pettinò a perfezione. Stettero quasi due giorni senza mangiare, tanto erano fuor di sè dalla gioia; più di dodici laccetti si spezzarono, a furia di stringere i busti per far loro la vita sottile; e tutti i momenti si miravano allo specchio.

Spuntò finalmente il giorno felice. Le due sorelle andarono, e Cenerentola le seguì con gli occhi finchè potette. Quando non le vide più, si mise a piangere. La comare che la vide tutta in lagrime, le domandò che avesse. “Vorrei… vorrei tanto…” Piangeva così forte che non potette finire. La comare, che era Fata, le disse: “Vorresti andare al ballo, non è così?” Oh, sì! sospirò Cenerentola,” “Ebbene, dice l’altra, se sarai buona, ti faccio andare”. Se la menò in camera e le disse: “Va in giardino e portami una zucca.” Cenerentola subito  andò a cogliere la più bella che le  riuscì di trovare, e la portò alla comare, senza capire come mai quella zucca l’avrebbe fatta andare al ballo. La comare la vuotò, e quando non fu rimasta che la sola scorza, la percosse con la sua bacchetta, e la zucca fu subito mutata in una bella carrozza tutta dorata. Andò poi a guardar nella trappola, e trovativi sei topolini ancora vivi, disse a Cenerentola di alzare un tantino il caditoio. I topolini ne uscirono ad uno ad uno; ed ella subito un colpo di bacchetta, e il topolino mutavasi di botto in un bel cavallo; in meno di niente si ebbe così un magnifico attacco di sei cavalli d’un bel grigio sorcio pomellato. Vistala poi in pena da che cosa dovesse fare un cocchiere, disse Cenerentola: “Vado a vedere chi sa mai ci fosse qualche sorcione nella trappola grande; ne faremo un cocchiere.” “Hai ragione, approvò la comare, va a vedere”. Cenerentola le portò la trappola, e c’erano infatti tre sorcioni: la Fata ne prese uno, che avea tanto di barbigi, e  toccatolo appena, lo trasformò in un grosso cocchiere, che aveva un par di baffi i più belli che si sian mai visti. Poi le disse: “Va in giardino, troverai dietro l’innaffiatoio sei lucertole, portale qui.” Avutele appena, le mutò in sei lacchè, che montarono subito dietro la carrozza coi loro abiti gallonati, e vi si tennero attaccati come se non avessero fatto altro per tutta la vita. La Fata disse allora a Cenerentola: “Ecco fatto, adesso puoi andare al ballo: sei contenta?”  Sì, ma come fo ad andarci, con questi miei cenci indosso?” La comare non fece che toccarla con la bacchetta, e nel punto stesso gli abiti cenciosi  diventarono d’oro e d’argento, tempestati di pietre preziose. Le diè poi un par di pantofole di vetro, le più belle del mondo. Così adornata, Cenerentola montò in carrozza; ma la comare le raccomandò, sopra ogni cosa, di non passar mezzanotte; un momento di più che rimanesse al ballo, la carrozza sarebbe ridiventata zucca, i cavalli sarebbero tornati topolini, i lacchè lucertole e gli abiti sfoggiati più cenciosi che mai. Promise Cenerentola alla comare di lasciare il ballo prima di mezzanotte, e partì, fuor di sè dalla contentezza.

Il figlio del re, avvertito dell’arrivo d’una grande principessa, che nessuno conosceva, le corse incontro. Le porse la mano per farla smontar di carrozza, e la menò nella sala dove gl’invitati erano raccolti. Un gran silenzio si fece; cessò il ballo, tacquero i violini, tanto si era intenti a contemplare le grandi bellezze dell’incognita. Udivasi solo un confuso vocio: “Ah! com’è bella!” Anche il re, tuttochè vecchio, non si stancava di guardarla, ripetendo sommesso alla regina che da un gran pezzo non gli capitava di vedere una persona così bella ed amabile. Tutte le dame osservavano con grande attenzione l’acconciatura e gli abiti di lei, per averne il giorno appresso dei simili, dato che si trovassero così belle stoffe ed operai abbastanza bravi. Il figlio del re la fece sedere al posto d’onore, e poi la prese per mano, invitandola a ballare; e Cenerentola ballò con tanta grazia da suscitare una sempre più viva ammirazione. Si portò poi una bellissima refezione, che il giovane principe non toccò nemmeno, tanto era occupato a contemplar la fanciulla. Questa andò a sedere accanto alle sorelle e le colmò di gentilezze, offrendo loro perfino delle arance e dei limoni datile dal principe: il che le maravigliò assai, perchè non la conoscevano. Mentre così discorrevano, Cenerentola sentì battere le undici e tre quarti; fece subito una grande riverenza alla brigata e scappò via più che di fretta. Arrivata a casa, corse dalla comare, la ringraziò, le disse che con tanto piacere sarebbe tornata al ballo la sera appresso, perchè il figlio del re ne l’aveva pregata. Prese poi a narrarle tutto ciò che era accaduto, e in quel mentre le due sorelle bussarono alla porta. Cenerentola andò ad aprire. “Come arrivate tardi!” esclamò sbadigliando, fregandosi gli occhi e stirando le braccia come se allora allora si fosse svegliata; eppure, da che s’erano lasciate, non l’era mai venuto voglia di dormire. “Se tu fossi venuta al ballo, disse una delle sorelle, non ti saresti annoiata: ci è venuta una bella principessa, la più bella che si possa mai vedere. Mille finezze ci ha fatto; ci ha dato delle arance e dei limoni.” Cenerentola era fuor di sè dalla gioia; domandò come si chiamasse quella principessa, ma le sorelle risposero che nessuno la conosceva, che il figlio del re non trovava più pace, e che tutto avrebbe dato per saper chi fosse. Cenerentola sorrise e disse: “Era proprio bella assai? Beate voi! Oh, se potessi anch’io vederla… Sentite, signorina Javotte, prestatemi l’abito giallo che voi indossate tutti i giorni.” “Davvero! esclamò la signorina Javotte; prestare il mio bell’abito a una sudicia Cucciolona come te! Fossi matta!” Cenerentola si aspettava questo rifiuto, e ne fu contentissima, perchè si sarebbe trovata molto imbarazzata se la sorella avesse consentito a prestarle il vestito.

La sera appresso, le due sorelle andarono al ballo, e Cenerentola pure, ma molto più ornata dell’altra volta. Il figlio del re le stette sempre a fianco, susurrandole ogni sorta di galanterie; la fanciulla non s’annoiava e dimenticò quel che la comare le aveva raccomandato; sicchè sentì sonare il primo colpo di mezzanotte, quando si figurava che non fossero ancora le undici. Si alzò e scappò via leggiera come una cerva; il principe le corse dietro, ma non riuscì a raggiungerla. Nella fuga, una pantofola di vetro le cadde, e il principe la raccolse con gran cura. Tornò a casa Cenerentola affannando, senza carrozza, senza lacchè, e con indosso le sue vesti cenciose: di tutta la sua magnificenza non avanzava che una pantofolina, la compagna di quella cadutale dal piede. Fu domandato alle guardie di palazzo se avessero visto uscire una principessa; dissero di aver visto uscire solo una ragazza assai mal vestita, che sembrava più che altro una contadina.

Quando le sorelle tornarono dal ballo, Cenerentola domandò loro se si fossero divertite anche stavolta, e se la bella signora c’era stata; risposero di sì, ma che se n’era scappata al tocco di mezzanotte, e con tanta furia da lasciarsi cadere una delle sue pantofoline di vetro, la più bella del mondo; che il figlio del re l’avea raccolta, che per tutto il resto del ballo non avea fatto che guardarla, e che certamente era innamorato pazzo della bella creatura a cui la pantoffolina apparteneva. Ed era proprio vero; perchè, pochi giorni dopo, il figlio del re fece bandire a suon di tromba ch’egli avrebbe sposato colei al  cui piede quella pantofola fosse di misura. Si cominciò prima a provarla alle principesse, poi alle duchesse, poi a tutta la corte, ma inutilmente.

La si portò dalle due sorelle, che fecero tutto il possibile per farvi entrare il piede, ma non vi riuscirono. Cenerentola, che le guardava e avea riconosciuto la sua pantofola, disse ridendo: “Vediamo un pò se mi va a me!” Le sorelle si misero a ridere e a motteggiarla. Il gentiluomo, incaricato di provar la pantofola, guardò fisso a Cenerentola, e avendola trovata assai bella, disse che la cosa era giusta e ch’egli aveva ordine di provarla a tutte le ragazze. Fatta sedere Cenerentola e accostatale la pantofola al piedino, vide che la si calzava senza fatica e vi si adattava come se fosse di cera. Grande fu lo stupore delle due sorelle, ma anche maggiore, quando videro che Cenerentola cavava di tasca la pantofolina compagna e se la calzava. Arrivò a questo punto la comare, e con un colpo di bacchetta fece diventare gli abiti di Cenerentola ancor più sfarzosi di tutti gli altri. Allora le due sorelle riconobbero in lei la bella principessa del ballo. Le si gettarono ai piedi, e le domandarono perdono di tutti i mali trattamenti che le avean fatto soffrire. Cenerentola le fece alzare, le abbracciò perdonò loro di tutto cuore, e le pregò di volerla sempre bene. Tutta adorna com’era, la si condusse dal giovane principe, questi la trovò più bella che mai, e pochi giorni dopo la sposò. Cenerentola che era non meno buona che bella, fece alloggiare le due sorelle a palazzo reale, e le maritò, lo stesso giorno, a due gran signori della Corte.

Morale

La bellezza è per la donna un gran tesoro, nè mai ci si stanca di ammirarla; ma assai più vale la buona grazia. Questa diè a Cenerentola la comare, educandola, istruendola fino a farne una regina. Questo dono, o belle, ha più potere di una ricca acconciatura per avvincere un cuore e farlo proprio. La buona grazia è il vero dono delle Fate; senza di essa, nulla si può; con essa, tutto.

Altra morale

Gran che certo, avere ingegno, coraggio, nobiltà, buon senso, e simili pregi che vi vengono dal cielo; ma a nulla vi serviranno per avanzar nella vita, se non avete o dei compari o delle comari che li facciano valere.

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cenerella e la scarpetta1

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Fiabe Classiche – F.lli Grimm: Cenerentola 1812 (Prima pubblicazione)

Cenerentola nella versione dei Grimm

(Immagine illustrativa: By Alexander Zick, photo by Adrian Michael [Public domain], via Wikimedia Commons.)

«Kinder und Hausmärchen» (n.21)

libro animato

C’era una volta un gran signore, la cui moglie si ammalò, e quando sentì che si avvicinava la sua ora, chiamò a sé la sua unica figlia e le disse: “Mia cara bambina, mantieniti sempre pia e buona, e vedrai che il buon Dio ti proteggerà; inoltre, io veglierò su di te dal cielo e ti resterò per sempre vicina.” Così dicendo, chiuse gli occhi e spirò. La fanciulla andava ogni giorno a piangere sulla tomba della madre, e restò buona e pia. Quando venne l’inverno, una folta coltre di neve coprì il sepolcro, e non appena fu sciolta dal tiepido sole di primavera, il vedovo si risposò con un’altra donna. Questa signora portò con sé due figlie, belle in volto ma perfide d’animo, e da quel momento, la vita della povera fanciulla si fece triste e dura. “Perché quella stupida oca deve stare con noi in salotto?” dicevano. “Dovrà guadagnarselo, il pane quotidiano. In cucina con i servi, sguattera!” Così, le strapparono i bei vestiti, e al loro posto le fecero indossare un vecchio camicione grigio e degli zoccoli. “Eccola qui, la gran principessa! Guardatela, com’è conciata!” gridarono, deridendola, mentre la relegarono in cucina. E da quel giorno, la poveretta dovette lavorare duramente da mattina a sera; costretta ad alzarsi prima dell’alba, doveva trasportare l’acqua, accendere il fuoco, cucinare e lavare, e, oltre a questo, le sorelle facevano di tutto e di più per umiliarla e ferirla. Si prendevano gioco di lei, sparpagliando piselli e lenticchie nella cenere, costringendola poi a coricarsi per raccoglierli uno ad uno. La sera, dopo che aveva sgobbato tutto il giorno, non aveva neanche un letto dove dormire, ed era costretta a coricarsi presso la cenere del focolare; e poiché era sempre impolverata e sporca, cominciarono a chiamarla Cenerentola. Un giorno accadde che il padre dovette partire per la fiera, e chiese alle sue figliastre cosa volessero. “Bei vestiti”, disse una; “Perle e gioielli”, rispose l’altra. “E tu, Cenerentola, che cosa vuoi?” “Babbo, spezzate per me il primo ramoscello che vi urterà il cappello sulla via del ritorno.” Pertanto, il padre comprò perle, gioielli e begli abiti per le due figliastre, e durante il viaggio di ritorno, mentre cavalcava in un verde boschetto, una verga di nocciolo lo urtò, sollevandogli il cappello: così, egli spezzò il rametto e lo portò a casa. Rientrato, consegnò alle figliastre i doni che avevano chiesto, e diede a Cenerentola la verga di nocciolo. La figlia lo ringraziò, poi, si recò sulla tomba della madre, vi piantò sopra la verga, e pianse così tanto che le lacrime vi caddero sopra, bagnandolo; così, il ramoscello crebbe e divenne un bell’albero. Cenerentola andava tre volte al giorno sulla tomba materna, continuando a piangere e a pregare, e sull’albero di nocciolo si posava sempre un uccellino bianco, che esaudiva ogni desiderio che la fanciulla esprimeva. Un giorno accadde che il re proclamò una gran festa da ballo che sarebbe durata per tre giorni. Tutte le belle fanciulle del reame furono invitate, in modo da permettere al principe di scegliersi una sposa, e quando l’invito giunse a casa di Cenerentola, le sue sorellastre saltarono di gioia; chiamarono la fanciulla e le dissero: “Pettinaci i capelli, spazzola le nostre scarpe e allacciaci le fibbie. Noi andiamo al ballo al castello del re.” Cenerentola ubbidì, ma pianse, perché anche a lei sarebbe piaciuto andare con loro alle danze, e pregò la matrigna di darle il permesso. “Tu, Cenerentola? Tu, tutta coperta di cenere e sporcizia, vorresti andare al ballo? Tu, che non hai neanche un paio di scarpe, vorresti ballare!” rispose. Ma siccome la fanciulla insistette, alla fine la matrigna disse: “Ho sparpagliato una scodella di lenticchie nella cenere: se riuscirai a raccoglierle in due ore, allora potrai veniere con noi.” La ragazza uscì dalla porta sul retro, andò in giardino e gridò:

“Venite, belle colombelle,
venite, uccelletti e tortorelle
aiutatemi a raccogliere le lenticchielle
quelle buone nel vasetto
quelle cattive nel gozzetto.”

Due colombi bianchi entrarono dalla finestra della cucina, poi fu la volta delle tortore, e infine, tutti gli uccelli del cielo arrivarono frullando le ali, e brulicarono tutti intorno alla cenere. I piccioni, le tortore e tutti gli uccelli cominciarono a beccare i grani, e a separarli dalla cenere finché riempirono il vaso. In meno di un’ora ebbero terminato, e alla fine volarono via. Cenerentola portò il vaso alla matrigna, felice, sperando di poter andare così al ballo, ma quella le rispose: “No, Cenerentola, non hai vestiti e non sai ballare. Riderebbero tutti di te.” La fanciulla si mise a piangere, e la matrigna disse: “Potrai venire, a patto che tu riesca a riempire due scodelle di lenticchie, raccogliendole dalla cenere del camino in un’ora.” E dicendo così, pensava, convinta, che la figliastra non ci sarebbe mai riuscita. Cenerentola uscì dalla porta sul retro, andò in giardino e gridò:

“Venite, belle colombelle,
venite, uccelletti e tortorelle
aiutatemi a raccogliere le lenticchielle
quelle buone nel vasetto
quelle cattive nel gozzetto.”

Di nuovo, due colombi bianchi entrarono dalla finestra della cucina, insieme alle tortore e a tutti gli altri uccelli del cielo. Vennero tutti frullando le ali, e brulicarono nella cenere, e, una ad una, beccarono tutte le lenticchie e le riposero nelle scodelle. In mezz’ora ebbero terminato, e volarono via. La fanciulla prese le lenticchie e le portò alla matrigna, felice, pensando che questa volta avrebbe ottenuto il permesso di andare con loro alla festa. Ma la matrigna disse: “E’ inutile. Non verrai con noi, perché non hai vestiti, e non sai ballare, e ci faresti vergognare.” Detto questo, le voltò le spalle e corse via con le figlie raggianti. Ora che in casa non era rimasto nessuno, Cenerentola si recò presso il nocciolo che era cresciuto sulla tomba di sua madre, e disse:

“Alberello, sgrullati e scuotiti,
d’oro e d’argento coprimi.”

E l’uccelletto le lanciò un bellissimo abito tutto d’oro e d’argento, con pantofole ricamate anch’esse d’argento e oro. Si vestì in fretta e andò alla festa. Era così bella nel suo abito scintillante, che la sua matrigna e le sorellastre non la riconobbero, e pensarono che fosse una principessa straniera. Non avrebbero mai pensato a Cenerentola, perché pensavano che fosse ancora tutta sporca e accovacciata fra la cenere a raccogliere le lenticchie. Il principe andò da lei, la prese per mano e ballò tutta la sera con lei; non volle nessun’altra. Non la lasciò mai, e a tutte le fanciulle che gli domandavano un ballo, rispondeva: “E’ lei la mia compagna di ballo.” Ballò con lei fino a notte, finché ella volle tornare a casa, e il principe voleva accompagnarla, per vedere dove abitava, ma lei scappò e balzò nella colombaia. Il principe attese il ritorno del padre, e poi gli raccontò che una fanciulla sconosciuta si era rifugiata nella colombaia, e quello pensò che potesse trattarsi di Cenerentola. Così, si fece portare un’ascia e un piccone per fare a pezzi la colombaia, ma non c’era dentro nessuno. Quando rientrarono in casa, trovarono Cenerentola coricata tra la cenere, tutta sudicia nei suoi stracci abituali, con la stanza illuminata a malapena da una lampada ad olio. Infatti, Cenerentola aveva fatto in tempo a saltare sulla piccionaia e da lì sul nocciolo; lì si era spogliata e aveva depositato il suo bell’abito sulla tomba della madre, dove l’uccelletto l’aveva ritirato, e subito si era rimessa i vecchi stracci ed era ritornata fra la cenere del camino. Il giorno dopo, la festa ricominciò. Andarono di nuovo tutti al ballo, e Cenerentola tornò dal nocciolo e disse:

“Alberello, sgrullati e scuotiti,
d’oro e d’argento coprimi.”

E l’uccelletto le lanciò un abito ancora più meraviglioso del precedente; quando la fanciulla si presentò a palazzo così agghindata, rimasero tutti incantati dalla sua bellezza. Il principe, che l’aspettava, la prese immediatamente per mano e ballò soltanto con lei; se qualche altra fanciulla gli domandava un ballo, egli rispondeva: “E’ lei la mia compagna di ballo.” Quando fu ora di tornare a casa, il principe volle seguirla per vedere in quale casa entrava, ma ella scappò in fretta e furia infilandosi in giardino. Lì, c’era un grande albero da cui pendevano delle magnifiche pere, e lei, svelta come uno scoiattolo, si arrampicò sui rami, senza farsi vedere da lui. Aspettò che il padre tornasse a casa, e poi gli disse: “La fanciulla sconosciuta mi è scappata, e credo che si sia arrampicata sul pero.” Il padre pensò che si trattasse di Cenerentola; si fece portare di nuovo l’ascia e abbatté l’albero, senza trovarvi la figlia, perché ella, svelta svelta, era scesa giù dall’altra parte, aveva ridato all’uccelletto il suo bel vestito, e si era rimessa il vecchio camicione. Quando entrarono in cucina, la trovarono che stava accovacciata tra la cenere come al solito. Il terzo giorno, mentre tutti erano al ballo, Cenerentola andò di nuovo sulla tomba della madre e disse all’albero:

“Alberello, sgrullati e scuotiti,
d’oro e d’argento coprimi.”

Questa volta l’uccelletto le lanciò un abito grandioso, che era ancora più splendido di tutti quelli che aveva indossato nei giorni precedenti, e ai piedi calzava un paio di pantofole d’oro puro. Quando giunse alla festa così meravigliosamente vestita, tutti ne rimasero ammirati, non immaginando chi lei fosse; il principe volle ballare di nuovo solo con lei e a tutte le altre pretendenti, rispondeva: “E’ lei la mia compagna di ballo.” Quando fu sera, Cenerentola volle andarsene, ed il principe volle accompagnarla, ma ella scappò via così velocemente che non poté seguirla. Tuttavia, era ricorso ad una trappola: aveva disposto che la scala fosse spalmata di pece, così, quando Cenerentola scese in fretta e furia, la pianella sinistra rimase appiccicata sui gradini, e il principe la raccolse; era minuta e raffinata, così, d’oro puro. Il mattino seguente, la portò a casa del padre di Cenerentola, e gli disse: “Sposerò la fanciulla che riuscirà a calzare questa scarpa d’oro.” Le due figlie della matrigna furono molto felici, poiché avevano entrambe dei piedi graziosi. Con la madre accanto, la sorellastra maggiore prese la scarpa e se la portò in camera per indossarla, ma non riuscì a calzarla perché era troppo piccola per i suoi piedoni; allora la madre prese un coltello e le disse: “tagliati il dito del piede, tanto, quando sarai regina non dovrai più camminare.” La ragazza si tagliò quindi un dito del piede, forzandolo a entrare nella scarpa; inghiottì il gran dolore che sentiva, e si mostrò al principe. Egli la fece montare sul suo cavallo in qualità di sposa e andò via con lei; ma prima di allontanarsi, dovettero passare vicino alla tomba della madre di Cenerentola, e lì, sul nocciolo, si erano posati due piccioni, che gridarono:

“Scaccomatto, scaccomatto!
Il piede è insaguinato e questo è un fatto.
La scarpa è troppo stretta,
la vera sposa è ancor nella casetta!”

Allora, il principe osservò bene il piede e vide il sangue che colava, così, girò il cavallo e riportò la falsa sposa a casa, facendo notare che non era quella giusta. Allora fu la volta della sorella germana; portò la scarpetta in camera sua, e riuscì a calzare perfettamente le dita dei piedi, ma il calcagno era troppo grosso. Allora la madre prese il coltello, e disse: “Tagliatene un pezzo. Quando sarai regina, non ti servirà più per camminare.” La ragazza si recise un pezzo di calcagno, e, forzando, riuscì a far entrare il piede nella scarpa, e, ingoiando il dolore, si presentò al principe, il quale, la prese con sé come sposa e la portò via. Quando passarono davanti al nocciolo, i due piccioni cominciarono a vociare:

“Scaccomatto, scaccomatto!
Il piede è insaguinato e questo è un fatto.
La scarpa è troppo stretta,
la vera sposa è ancor nella casetta!”

Di nuovo, il principe vide il sangue che colava dalla scarpa, che aveva macchiato di rosso l’abito bianco; così, girò i tacchi e riportò la falsa fidanzata a casa. “Neanche questa è quella giusta” disse. “Non avete altre figlie?” “No” rispose il padre, “c’è soltanto una piccola fanciulla che se ne sta sempre accovacciata tra la cenere, e che è figlia della prima moglie che mi è morta, ma è impossibile che sia lei la vera sposa.” Il principe chiese di mandarla a chiamare, ma la matrigna rispose: “Oh, no, è troppo sporca, non può presentarsi in queste condizioni.” Ma il principe insistette, e alla fine dovettero chiamare Cenerentola. Lei, prima, si ripulì il viso e le mani, e poi, con un inchino, si presentò al principe; egli le diede da indossare la scarpa d’oro, ed ella, seduta su una seggiola, tolse il piede dal pesante zoccolo, e lo infilò nella scarpetta, calzandola perfettamente. Quando fu in piedi davanti a lui, il principe la guardò in viso e riconobbe in lei la bellissima fanciulla che aveva danzato con lui, e subito esclamò: “E’ lei, è lei la mia vera sposa!” Allorché, la matrigna e le sorellastre rimasero inorridite e impallidirono dalla rabbia. Il principe prese con sé Cenerentola, la fece montare sul suo cavallo e corse via con lei; passando accanto al nocciolo, i due colombi bianchi esclamarono:

Evviva, evviva!
Non più sangue dalla scarpina.
La scarpetta calza perfetta,
Porti con te la sposa diletta.

Dopo aver proferito tali parole, entrambi i colombi si posarono sulle spalle di Cenerentola, uno alla destra, l’altro alla sinistra, e lì rimasero. Il giorno delle nozze, le due cattive sorellastre si fecero avanti, con la speranza di conquistare il favore di Cenerentola e dividere con lei le sue fortune. Quando gli sposi entrarono in chiesa, la maggiore si trovava alla sua sinistra, e la minore alla sua destra; in quel mentre, i due piccioni cavarono loro un occhio per uno. Quando uscirono di chiesa, cavarono anche gli altri due occhi, lasciandole cieche del tutto. E in questo modo, furono punite per tutta la vita per la loro falsità e crudeltà.

(Traduzione dall’inglese di Valentina Vetere.)

Fonte Quì

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La versione dei fratelli Grimm ha un lato un pò oscuro rispetto a quella di Perrault,che invece ha ispirato la  Disney.

Le sorellastre non ci pensano due volte a tagliarsi alluce e tallone per ingannare il principe, e per punizione le vengono cavati gli occhi, storie non molto adatte a dei bambini effettivamente.

Anche la versione di Basile lascia un pò d’amarezza per l’atrocità compiuta dalla protagonista, che tanto buona buona non è dunque, questa però è la versione più antica delle tre .

Principesse Dark: Cenerentola

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Il Magazine delle Principesse: Cenerentola

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E concludo con il cartoon di “Mondo TV“:

Fonte Quì

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